Adler: il senso della vita

Condivido un articolo da https://dentrolatanadelconiglio.com/ , pieno di letture e spunti interessanti.

https://dentrolatanadelconiglio.com/psicologia/quale-il-senso-della-vita.html

Nella psicologia Adleriana il primo passo per scoprire il vero senso della propria vita sta nell’auto-accettazione, in quello che lui stesso definisce come “il coraggio di essere normali”.

Secondo step: la libertà di vivere nel qui e ora (metafora della montagna)

Immagina di dover scalare una montagna.Se il tuo scopo è solo quello di arrivare in cima non importa come ci arriverai. Potresti prendere un elicottero e arrivare lì in dieci minuti o potresti catapultarti con un cannone. La scalata non avrebbe nessun valore in questi casi e neanche il panorama che troveresti una volta arrivato.

Terzo step: contribuire alle vite degli altri

Non può esserci senso alla vita di nessuno se quello che si fa non ha qualche forma di utilità sociale. E l’utilità sociale è il parametro con cui si può distinguere un obiettivo di vita utile da un obiettivo di vita inutile.

L’importanza di dare un senso

Le cose di per sé non significano nulla, assumono un significato soltanto dentro di noi. Siamo noi a dare significato alle cose. Il significato è ed è sempre stato artificiale. Siamo noi a crearlo.
Cerchiamo dunque in noi stessi il significato delle cose affinché la via di quel che ha da venire possa palesarsi e la nostra vita continui a scorrere.

Carl Gustav Jung

Ci sono persone che vivono tutta la vita senza mai farsi una domanda, senza interrogarsi mai sul senso della loro esistenza.

Ci sono altre che passano tutta la vita a farserle, queste domande. Domande a cui non c’è una risposta universale perché quella giusta per noi è proprio in fondo a noi stessi che si cela.

Io mi sono interrogata molto sul senso della mia vita e non posso dire di averlo trovato. Però se vado avanti invece di arrendermi a un nichilismo spietato è perché dentro di me c’è ancora una piccola fiamma di speranza che continua ad ardere, che nonostante tutto non si è spenta.

Se bastasse l’impegno per farci ottenere ciò che vogliamo a quest’ora avrei tutte le mie risposte e magari chiederei 250€ per un consulto che impari agli altri a vivere ( giuro, conosco gente che lo fa!).

Ma io non sarò mai capace di questo. Tra l’altro, ho sempre pensato di non aver assolutamente niente da insegnare al mondo perché io stessa non smetterò mai d’imparare.

Quotidianità

Da quando la guerra ha sconquassato il già precario equilibrio delle nostre vite, c’è chi fa fatica a ritrovare il proprio ritmo, la quotidianità. Io, per esempio, alterno momenti “buoni” ad altri in cui tutto mi sembra aver perso il suo senso. In verità mi chiedo se mai l’abbia avuto.

Comunque sia, si deve pur continuare a vivere. Mica si può star senza far niente ad aspettare che arrivi un’atomica a spazzarti via. Si deve andare avanti, anche se con più fatica, per l’improvvisa TOTALE consapevolezza della precarietà non solo propria ma della vita stessa.

Allora ben venga tutto ciò che aiuta, in primis la meditazione, soprattutto focalizzata su quel concetto così travisato dell’accettazione. Poi gentilezza (mētta) verso se stessi e gli altri. Fare qualcosa che piace, anche se non è importante, o sembra non aver senso. Darsi degli obiettivi raggiungibili a medio termine, non angosciandosi troppo per mète difficilmente raggiungibili.

Io ci sto provando. Parte della mia buona pratica di “mantenimento della normalità” è la mia Lily, che da ottimo maestro zen come è ogni cane, mi ricorda l’importanza della leggerezza, di divertirsi con quel che c’è quando c’è, di stare qui e ora. Perché non abbiamo tutto il tempo del mondo e ne sprechiamo troppo a complicarci la vita.

Confrontarsi con l’ignoto

“Il momento più solitario nella vita di qualcuno è quando vede come si distrugge il proprio mondo, e l’unica cosa che può fare è guardare fisso”

F. Scott Fitzgerald
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Se la scossa della pandemia non è bastata, quella della guerra metterà in ginocchio i pochi che ancora si reggevano a stento sulle proprie precarie certezze.

Osservare le diverse reazioni della gente di fronte a catastrofi destabilizzanti offre lo spunto a diverse riflessioni: chi continua con il solito tran tran come niente fosse, è qualcuno in negazione, non è affatto toccato dall’evento o è talmente in pace con se stesso da non temere l’idea di una morte improvvisa (e ingiusta)?

Dicono che la paura della morte sia direttamente proporzionale alla capacità di sentire che la propria vita ha un senso.

Io ho il terrore, della morte. Sono arrivata alla soglia dei cinquanta eppure di fronte all’incertezza massima di questi giorni tutto ciò che sento dentro è panico e rimpianto per non aver saputo vivere.

Il senso della vita qualche fortunato lo trova subito, qualche altro ce l’ha da sempre. E poi c’è chi, come me, lo cerca da tempo immemore e proprio per questo, forse, non lo trova.

Non si tratta di voler fare la differenza, ma di avere quella serenità della mente che ti permette di dire: ho fatto quel che ho potuto.

Io me lo ripeto spesso, ma non basta. È come conoscere a memoria una lezione senza saperla elaborare propriamente. La ripetizione a pappagallo di cose lette e rilette, che altri hanno detto e scritto perché provate; ma non si può inventare un sentimento, un’emozione, un’esperienza.

Questo blog è diventato un contenitore di deliri, ma perdonatemi. Non era nato con questo intento. Però ha la sua funzione terapeutica, il ché male non fa.

E mentre si spera nella pace armandosi fino ai denti (un controsenso, no?), l’incertezza ci sovrasta tutti, democratica e letale.

Un lampo è la vita dell’uomo

Un lampo è la vita dell’uomo, la sua essenza è un fluire continuo, indistinta la sua percezione, marcescibile è tutto il suo corpo, l’anima è come un turbinoso fantasma, indecifrabile il suo destino, ingiudicabile la fama.

In poche parole, ogni moto del corpo è come la corrente di un fiume, ogni impulso dell’anima sogno e illusione; la vita è guerra e soggiorno in terra straniera, la fama, dopo la morte, un sempiterno oblìo.

Qual è dunque la nostra difesa? Unica e sola, la filosofia. La cui essenza consiste nel conservare integro e puro il demone divino che abita dentro di noi, incurante dei piaceri e dei dolori, che agisce sempre a ragion veduta, indipendentemente da quel che gli altri fanno o non fanno e mai subdolamente e ipocritamente, sempre disposto ad accettare qualsiasi evento riservatogli dalla sorte come proveniente dal luogo da cui egli stesso è venuto; e soprattutto sereno di fronte alla morte che considera nient’altro che il dissolversi degli elementi di cui ogni essere vivente è composto.

E se per tali elementi, presi singolarmente, non c’è nulla di terribile nel loro continuo trasformarsi e risolversi l’uno nell’altro, perché si dovrebbe temere la trasformazione e il dissolvimento di essi nel loro complesso?

Ciò, infatti, è conforme a natura, e dunque non può essere un male.

Marco Aurelio

 

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Fede

“Se fai il primo passo con la fede,
non hai bisogno di vedere l’intera scala.”

Martin Luther King

Ho sempre detto di me che sono nata sprovvista di fede, non ho mai percepito in me la capacità di credere in quanto all’epoca mi veniva praticamente imposto, ossia il cattolicesimo. Uno dei miei primi ricordi del catechismo è di me seduta in un banco di chiesa che mi guardo intorno e penso :”Io non sono come loro…ma come fanno? Ci credono veramente?”. Ovviamente non so dire se lo stesso approccio ad un’altra religione avrebbe dato il medesimo risultato, fatto sta che da quella primissima constatazione è seguita una vita di mancanza e ricerca che tutt’ora non si placa.

Ora di anni ne ho quarantasei e ho dovuto riconsiderare molte cose che supponevo di non credere. Anch’io, a mio modo, ho prestato fede a qualcosa. La sola differenza consiste nella durata effimera del mio slancio. Il mio spirito perennemente insoddisfatto non mi ha mai permesso di considerarsi arrivato al punto da dire :”Ecco! Ho trovato il mio posto, il mio senso, il mio scopo!”. In realtà penso che siamo in tanti, esseri irrequieti che si arrampicano e si arrangiano tra mille dubbi dove altri ostentano prepotentemente certezze che vacillano alla minima scossa. Forse è un bene. Forse no. Sinceramente, non conosco altro modo di essere e se c’è una cosa che ho imparato negli anni è che a un certo punto smetti di cercare e semplicemente vivi, perché la vita stessa è il risultato di quella affannosa ricerca, solo che puoi arrivare a comprenderlo soltanto al momento giusto.

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