Aua

“Ma in fondo per me era una tentazione sapere che non dovevo fare altro che chiedere e queste persone avrebbero aperto subito la profondità della loro anima e, grazie alla sincerità del loro spirito, con la loro primitiva saggezza avrebbero raccontato molte cose singolari che hanno origine nell’infanzia dell’umanità. Ed è una scoperta che non smette di sorprendere, il fatto che davvero, nella nostra rapidissima epoca, ci si può trovare di fronte a persone che sembrano appena uscite dalla mano della natura.”

Aua è uno sciamano Inuit e grazie ai racconti che ha condiviso con l’esploratore Rasmussen, guadagnatosi la sua amicizia e la sua fiducia, ha fatto in modo che si sia potuto aggiungere un altro tassello nel grande puzzle della spiritualità atavica. Sapendo che proprio delle sue storie si è servito Mircea Eliade, nella stesura del suo incomparabile saggio “Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi”, possiamo intuire l’importanza di queste pagine per la cultura dell’umanità.

Oltre ad aprirci un varco che ci permette di affacciarci sul mondo spirituale dei popoli del Nord, questi scritti sono preziosi per la conoscenza che danno di usi e costumi in uno dei luoghi più inospitali del globo.

Provate anche solo ad immaginare come può essere vivere ogni giorno in un ambiente ostile, freddo oltre l’umana sopportazione, e dover letteralmente lottare e faticare per procurarsi il cibo. Si fa fatica a credere che le tribù incontrate dall’autore durante le sue esplorazioni, fossero fatte di persone gioiose, capaci d’ intrattenersi con canti e giochi a -40 gradi.

Quello che più mi ha colpito, comunque, resta l’impressione di un animismo quasi infantile, se non fosse per l’enorme peso dei tabù che vincola ogni gesto della quotidianità.

I precetti a cui queste tribù sottostanno sono quasi aberranti. D’altro canto, si comprende perfettamente il bisogno istintivo di ingraziarsi una Natura crudele e impietosa. Dunque ecco che il rito acquista pieno potere, diventando molto più che scaramantico, quasi magico persino agli occhi di un “bianco” osservatore.


Questo piccolo libro ha un grande valore, quello della memoria, e un grande insegnamento: siamo ben piccola cosa di fronte alla maestosità della Terra eppure, insieme, possiamo sopravvivere anche nel più selvaggio dei luoghi.

N.S.O.E.

N.S.O.E. è un romanzo originale, riflessivo e a tratti meravigliosamente poetico.

Quattro uomini e tre donne attraversano insieme gli Stati Uniti d’ America da New York a Los Angeles, ognuno col suo sogno nascosto e la speranza di vederlo realizzare. Mentre ci accompagnano nel viaggio, queste pagine mostrano vividi agli occhi della mente stupendi paesaggi in cui perdersi di meraviglia assieme ai protagonisti e, nel frattempo, ci permettono di scoprire a poco a poco i segreti che hanno portato i sette sconosciuti ad intraprendere questa insolita avventura.

Ci accorgiamo, proseguendo la lettura, di come in ciascuno di loro sia presente anche un poco di noi, perché in fondo i dolori, le illusioni, i sogni e le speranze che accomunano gli uomini e le donne di questa Terra, sono sempre gli stessi .

Viviamo per trovare un senso a questa vita, perché non possiamo umanamente accettare di esistere e basta: non è nella nostra natura. Ma cosa da senso all’esistenza se non un sogno? E scopriamo così che tutti ne abbiamo uno, anche chi non lo confessa nemmeno a se stesso. Nelle parole di Vansky è racchiuso molto di più di una bellissima storia da leggere: un messaggio d’amore e di speranza che, girata l’ultima pagina, ti lascia con un sorriso e con la voglia di lottare in quanto credi, sempre e comunque; nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente intralceranno la strada. Quando una semplice lettura è capace di farti provare questo, siamo sicuramente di fronte ad un buon libro.

Angelitos

Questo è un piccolo libro, avrei potuto leggerlo tutto d’un fiato, ma non è una lettura facile né un racconto che, girata l’ultima pagina, si dimentica.

Angelito aveva 12 anni quando è stato gettato da un ponte di 125 mt dopo essersi rifiutato di sparare a un autista di bus, che vi transitava sopra, per essere iniziato alla mara guatemalteca. Martina Dei Cas ha donato al mondo l’opportunità di conoscere la storia di questo bambino, che sognava di fare l’architetto, della sua famiglia, delle condizioni in cui è costretto chi ha la sfortuna di vivere dalla parte sbagliata del mondo o talvolta soltanto di una città o di un quartiere.

Ti si spacca il cuore a leggere queste pagine e ti dici che sì, l’inferno esiste ed è su questa terra. Si fa fatica a raccontare la lotta per conservare la propria integrità e umanità in un luogo che fa di tutto per portartela via e la rassegnazione che spesso traspare da chi è semplicemente stanco di lottare perché non ne ha le forze, perché è già difficile procurarsi da mangiare e il solo sopravvivere.

La verità è che «anche se tu riesci ad abbandonare la strada, la strada non abbandonerà mai te».

Fortunatamente, qui ci sono anche angeli che ogni giorno, lottando contro la violenza, il cieco odio, la vendetta e l’omertà, cercano di salvare quante più anime possibili, sapendo che anche una soltanto che ci riesce, dona la forza di rialzarsi ad altre cento. Scopriamo così l’esistenza del Mojoca “la prima organizzazione di auto-mutuo aiuto per ragazzi di strada di Città del Guatemala” presente da anni sul territorio, che avvicina ragazzi e ragazze che vivono in strada, aiutandoli a sfuggire dalle mani della malavita, lottando contro i pregiudizi e le discriminazioni che infestano le istituzioni e impediscono a chiunque voglia riscattarsi di poterlo fare.

Grazie a Gerard Lutte, suo fondatore, e a quanti ogni giorno collaborano con lui, Martina ha conosciuto Luis, il padre di Angelito, e la storia di suo figlio ha potuto essere ascoltata e diffusa anche in Europa, dove la sua morte era vergognosamente passata inosservata.

Ora sta a noi lettori continuare a far si che il mondo conosca e non dimentichi perché:

Nessuna persona muore davvero finché la sua voce riecheggia sulle labbra e nei gesti di coloro che restano.

Gambetto veneziano

Ho apprezzato molto la lettura di questo romanzo, la sua curata ambientazione storica e l’azione che riesce a catturarti nella lettura fino all’ultima pagina. Quattro i protagonisti, che per caso si ritrovano a diventare compagni di vita e d’avventura: Lavinia, ragazza del mistero; Orfeo, geniale musico; Romano, ex-soldato e baro; e Bonifacio, un simpatico furfante. Sullo sfondo, l’Italia del XVII secolo.

La nostra storia inizia in una taverna, dove Bonifacio fa il suo ingresso in cerca di ristoro e Romano, assieme al giovane nipote Michele, è intento a “spennare” uno sprovveduto a carte. Orfeo si sta esibendo nell’arte in cui è maestro, e una vecchia strega (in verità una splendida ragazza) si avvicina al bancone mendicando qualche moneta. L’azione entra subito nel vivo in seguito al rifiuto del malcapitato giocatore di pagare il dovuto per la perdita della partita: egli si ripresenta nella locanda accompagnato da alcuni bravi che uccideranno il ragazzo e in seguito alla colluttazione i quattro, stretti in involontario sodalizio, si vedranno costretti a prender la fuga.

Orfeo, ex musico alla corte del duca di Mantova, riesce a rientrarne nelle grazie in merito all’amore che ancora lo lega alla duchessa; portando con sé quelli che ormai sono diventati i suoi compagni. Qui facciamo la conoscenza di un personaggio esilarante: il duca stesso. L’autore ha saputo renderne perfettamente la vanagloria e la vigliaccheria e difficilmente si potrà resistere all’impulso di ridere di lui. La duchessa, d’altro canto, è una donna forte e pragmatica e anche se nello svolgersi della trama rivestirà un ruolo secondario, s’intuisce molto bene che sarà in grado di affrontare le conseguenze delle azioni dello sconsiderato consorte. Durante la fuga di questo incapace governante in cerca di protezione a Venezia, l’avventura dei nostri avrà ufficialmente inizio: salperanno in direzione dell’isola di Candia per recuperare un’antica Bibbia, particolarmente cara al Doge. Tra rocambolesche vicissitudini, riusciranno a far ritorno beffandosi del duca e del Doge stesso.

La minuziosa ricostruzione storica non appesantisce minimamente lo svolgersi della storia, anzi le fa da cornice in maniera ineccepibile. I personaggi sono delineati con attenzione e cura e se ne può facilmente intuire lo spessore: Romano, ad esempio, presentato come ex mercenario e baro, si rivela un uomo di principi, anche inaspettatamente gentile, e avanzando nelle pagine ci accorgiamo del suo codice morale. Il duca, abbandonando il suo popolo e la sua consorte senza riguardo alcuno, viene mostrato in tutto il suo infantilismo e nella sua dubbia moralità. La contessa, al contrario, non si scoraggia, sa godere del presente senza angosciarsi eccessivamente per il futuro, con l’intima consapevolezza nelle proprie capacità. La forza di Anna Isabella fa da contrappunto alla debolezza del marito, una dinamica molto ben delineata e riuscita. Bonifacio, nel corso dell’azione, si rivela pieno di inaspettate risorse e Orfeo inaspettatamente capace di un amore appassionato e cortese.

Resta la curiosità per la figura di Lavinia, di cui l’autore ci racconta quel poco che basta per alimentare la nostra curiosità e farci sperare, in futuro di ritrovarla ancora.