Minimalismo/ digital e social decluttering.

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Non so se avete sentito parlare di questa “corrente” tanto in voga negli ultimi anni, quella del less is more, per intenderci. Il minimalismo va a braccetto col decluttering, ma non necessariamente chi periodicamente svuota casa poi vive come un minimalista. C’è chi lo trova estremamente liberatorio e vorrebbe sempre perfezionarsi, come me, e chi inorridisce al solo pensiero di rinunciare a della roba. Sarà che a forza di leggere testi sul buddhismo e sul Tao ho iniziato da un po’ ad assimilare il concetto d’impermanenza e di vuoto, ma devo proprio ammettere che c’è tanta libertà nel lasciar andare le cose.

Dopo la catarsi del proprio spazio vitale, eliminando il superfluo (che TUTTI abbiamo, basta cercarlo. È assurda la quantità di roba che riusciamo ad accumulare in casa anche senza accorgercene), si respira meglio, ci si sente più leggeri e veramente più liberi. Capisco che non tutti aspirino a questo, c’è chi sostiene di stare da dio nel suo caos di oggetti, ma per chi cerca di semplificare la propria vita, fare spazio nel proprio habitat è il primo passo. Va da sé che chi sente questa necessità andrà oltre il semplice riordino e porterà questa sensazione di liberazione a un livello successivo, semplificando altri aspetti della propria quotidianità e della propria vita.

Comprendere che anche la nostra mente ha bisogno di un radicale decluttering è fondamentale. Non ce ne rendiamo conto ma ogni giorno veniamo bombardati da informazioni, spesso non richieste, che intossicano il nostro cervello.

Lo scrolling selvaggio delle home di Facebook, Twitter, Instagram, è tutto inutile caos che ci danneggia inconsapevolmente. Aprire le news ogni ora è ancora più tossico.

Ecco allora la necessità di curare la nostra attenzione esattamente come curiamo la nostra casa. Il decluttering digitale è un vero e proprio atto d’amore verso se stessi.

  • Primo step: riportare il telefono al suo uso originale. In casa, adibirgli un posto, tipo un vassoio o una mensola e lasciarlo lì. Disattivare tutte le notifiche, rispondere soltanto alle chiamate ed eventualmente ai messaggi. Vi assicuro che vi stupirete del silenzio e della tranquillità che già così facendo si crea.
  • Secondo step: disinstallare tutte le app non utilizzate negli ultimi tre mesi. Se non l’avete fatto è perché non vi servono.
  • Quarto step: pulizia dei social. Chiedetevi sinceramente: “Questo social mi dà gioia?” e agite di conseguenza. Io ad esempio odio Facebook, mi provoca stress e rabbia ed è il primo che ho fatto fuori. Instagram non se la passa meglio, mi genera ansia. Twitter, semplicemente non lo uso.

Quinto step: controllate le news una volta al giorno, massimo due. E mai prima di andare a dormire. Questo per me è stato il passo più difficile, perché ero solita cercare notizie praticamente ogni ora.

Tutto questo può sembrare difficile ma vi accorgerete della vostra dipendenza digitale e del successivo miglioramento della stessa dopo pochi giorni.

Contemporaneamente, vi sentirete meglio. Più presenti, meno distratti, più centrati.

Prossimamente vi parlerò di altri modi per predersi cura del proprio benessere. Piccole azioni che messe in atto producono un sostanziale miglioramento in noi stessi.

L’assiepamento sui social durante l’invasione dell’Ucraina. (Il post)

Diversi studi di psicologia delle masse – di cui lo psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon fu uno dei primi teorici, alla fine dell’Ottocento – indicano come fattori che influenzano il comportamento della folla la perdita di responsabilità dell’individuo e l’impressione personale di universalità del comportamento che assume, fattori che aumentano in rapporto alle dimensioni della folla. Nella folla, secondo Le Bon, gli «attori sociali» perdono consapevolezza del loro agire e tendono a subire gli effetti di una forma di «contagio» mentale, finendo per comportarsi diversamente da come farebbero individualmente.

In questi studi sono definiti «processi di assiepamento» (milling process), teorizzati dal sociologo americano Robert Ezra Park, contemporaneo di Le Bon, le modalità tipiche di raduno spontaneo di gruppi di persone numerosi ma non organizzati in seguito a eventi che interrompono le routine istituzionalizzate e producono incertezza e «inquietudine sociale» (social unrest). Dalle interazioni sociali tipiche dell’assiepamento gli individui traggono reciproca influenza emotiva e sviluppano un impulso comune che guida la loro azione collettiva.

Nel caso delle reazioni sui social all’invasione dell’Ucraina, secondo l’Atlantic, l’assiepamento si è tradotto in un’eccitazione agitata e confusa tra le persone che intanto cercavano di capire come pensare a ciò che stava succedendo: come evitare fonti inaffidabili, come inquadrare l’invasione in una prospettiva storica, come fare donazioni. E l’attenzione si è progressivamente spostata dall’evento in sé alla percezione che le altre persone avevano dell’evento.

https://www.ilpost.it/2022/03/13/assiepamento-social/

Ricorrenze

È diventata una fatica aprire i social quando è giorno di qualche ricorrenza. Sembrano papere tutte in fila una dietro all’altra. Esisterà uno studio che spiega il perché di questo comportamento? Mi è rimasto particolarmente impresso il “Dante’s day”, l’anno scorso nel bookstagram (sottoinsieme di IG per i bookstagrammer,che il loro dio li aiuti!): una letterale invasione di aneddoti e citazioni persino sulle bacheche di chi non osa leggere più di Fabio Volo, o peggio ancora, Moccia. Comunque questo resta un esempio “colto” della solita celebrazione di massa che su Facebook raggiunge le vette più alte. Oggi è S. Valentino, potete immaginare il mio feed 😆. Che tristezza ragazzi, perché ci siamo ridotti in questo pietoso modo? E vogliamo parlare dei partner che si incensano in pubblico? Perché lo fanno? Per rassicurare se stessi per primi che si “amano” ancora? Mah . Mistero.

Come i social uccidono l’empatia

Condivido la traduzione di questo interessante articolo su come i social stiano uccidendo la nostra capacità di provare empatia. (traduzione adattata con Google translator)

Quante volte al giorno controlli il telefono? È Instagram che ti avvisa che hai 250 Mi piace sul tuo selfie anziché 249? È quella chat di gruppo di Facebook che discute sempre di politica? O è quella pagina di notizie che riporta il tragico evento di un’altra sparatoria di massa che colpisce la paura nei nostri cuori? Negli ultimi due decenni, i social media si sono sviluppati a un ritmo allarmante, aggiornandosi costantemente per consentire il modo più rapido per diffondere le informazioni. Oggi abbiamo accesso illimitato a ogni database, sito Web e profilo personalizzato con la semplice pressione di un pulsante. Non pensavi che questo tipo di potere avesse un prezzo? Sfortunatamente, lo ha.

Ogni essere umano possiede un tratto chiamato empatia che gli consente di spiegare i sentimenti, le emozioni o le esperienze di un’altra persona. Senza empatia, sarebbe difficile sostenere una comunità di successo perché la comunicazione, la cooperazione, l’amore e la compassione non esisterebbero. È un tratto vitale per l’umanità; eppure sembra soffrire dall’emergere della tecnologia. Gli studi dimostrano che la tecnologia e i social media ostacolano l’empatia negli esseri umani, creando una generazione di persone che hanno difficoltà a mettersi nei panni dell’altro.

I social media hanno reso la creazione di connessioni con persone di tutto il mondo più facile e fattibile che mai. È facile pensare che queste nuove connessioni consentirebbero di comprenderci meglio l’un l’altro ma sembrano avere l’effetto opposto. Allora in che modo i social media impediscono l’empatia? Ci sono alcuni motivi che rispondono a questa domanda:

L’affaticamento della compassione è un fenomeno comune in cui un individuo diventa insensibile a incidenti tragici a causa dell’alta frequenza a cui vi è esposto. Il nostro cervello può gestire un tot di stress emotivo e quando abbiamo accesso costante a questi traumi, diventano così prepotenti che il nostro cervello li esclude. Questo fenomeno è sempre esistito; tuttavia, l’emergere della tecnologia l’ha solo potenziato, poiché ora è SEMPRE accessibile a noi. Ogni giorno c’è una nuova notifica sui nostri cellulari da alcune fonti di notizie che ci informa di un’altra tragica sparatoria di massa che ci annebbia il cuore. Se andiamo su Twitter o Facebook vediamo persone che scrivono all’infinito i loro disagi e problemi. Quando lo vediamo più e più volte, iniziamo a perdere la capacità di provare empatia.

C’è una disposizione naturale negli esseri umani a voler essere “giusti”. I social media possono effettivamente basarsi su questa sensazione attraverso un pregiudizio di conferma. Il bias di conferma è definito come un modo di elaborare le informazioni attraverso i gruppi e le persone le cui convinzioni coincidono con le tue. È stato osservato che gli esseri umani sono generalmente più empatici e comprensivi quando conversano faccia a faccia con un altro individuo. In questo ambiente non c’è pressione per compiacere un grande gruppo di persone e le idee vengono scambiate civilmente. Tuttavia, secondo Emily Bruneau, neuroscienziata del MIT, l’empatia spesso vacilla quando questi individui si identificano con un gruppo che sostiene una certa ideologia e convinzione. Questo è comune sui social media dove le persone cercano costantemente conferme. Una volta trovata tale conferma all’interno di un ampio bacino di utenti, diventa facile demonizzare altri gruppi che non rispettano le proprie convinzioni. Ciò promuove una discussione costante online in cui non è possibile fare progressi a causa della mancanza di empatia.

Vivendo in una società socialmente onesta, viene esercitata una pressione sugli individui per lottare per la perfezione. Per decenni la società ha creato aspettative irrealistiche sull’immagine perfetta che coinvolge fattori come la bellezza, il successo, l’intelligenza e le relazioni. Sebbene sia noto che la maggior parte di questi fattori sono esagerati e modificati alla perfezione, gli esseri umani si confrontano ancora con gli altri per la convalida. Con l’aggiunta dei social media, la necessità di confronto è maggiore che mai perché gli individui stanno testimoniando la “perfezione” nell’immagine di persone che sono “proprio come loro”. Non stiamo parlando di post di modelle ben pagate o di brillanti miliardari che le persone vedono; le persone si confrontano invece con i post di compagni di classe, colleghi di lavoro, familiari e conoscenti. I social media consentono alle persone di posizionare “filtri” nelle loro vite in modo che possano mostrare la versione di se stessi con cui vogliono essere percepiti. In questo modo, l’umanità perde la sua autenticità e improvvisamente tutto ciò che fa un individuo non è abbastanza buono se il post di qualcun altro implica che stanno facendo meglio. All’umanità manca il conforto del fallimento e dell’imperfezione che induce gli individui a mantenere un’immagine di sé negativa.

Il cyberbullismo mostra i pericoli dell’utilizzo dei social media e come questa piattaforma a volte può dare agli utenti la sicurezza di esprimere giudizi sugli altri senza pensarci. Oggi siamo avvertiti di cosa potrebbe accadere quando il cyberbullismo viene portato troppo oltre a causa delle tragiche perdite e del danno mentale delle sue vittime. Allora perché i fenomeni esistono ancora? I social media hanno inavvertitamente reso il giudizio sugli altri la norma sociale ed è diventato più frequente e personale. I post che ricevono il maggior numero di visualizzazioni prendono in giro i momenti imbarazzanti e negativi, dando l’impressione che la sofferenza di un’altra persona sia divertente. Gli studi dimostrano che giudicare gli altri è una risposta involontaria che viene eseguita senza pensare e che gli individui che non hanno un’immagine positiva di sé hanno maggiori probabilità di giudicare negativamente gli altri. I social media migliorano questi pensieri involontari a causa delle pratiche accettate online. In definitiva, poiché gli individui non hanno fiducia in se stessi dai social network, le persone si difendono giudicando negativamente gli altri.

I social media hanno un grande impatto sul nostro cervello ed è importante riconoscerlo. Una volta che siamo in grado di comprendere le conseguenze negative, possiamo fare la scelta di muoverci in una direzione più positiva. Studi ed esperimenti hanno dimostrato che la pratica della consapevolezza ha un effetto significativo sull’aumento dell’empatia e della fiducia negli individui. Un fattore chiave della consapevolezza è l’autoempatia in cui dobbiamo imparare e comprendere le nostre emozioni per consentirci di stabilire connessioni empatiche con gli altri. Per ulteriori informazioni sulla consapevolezza e sui modi per praticarla, fare riferimento al post sul blog Perché la consapevolezza non è nuova, che può essere trovato anche accedendo a http://www.movethisworld.com.

Per quanto riguarda i social media, a volte è saggio fare un passo indietro. Può essere utile disconnettersi per alcune ore e sintonizzarsi su ciò che sta accadendo proprio di fronte a te. In questo modo, diventa possibile avere interazioni genuine con chi ti circonda, permettendoti di ascoltare, capire, essere ascoltato e costruire sull’empatia.

Io e i social

Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta..ed è la più terribile delle stanchezze.Non è pesante come la stanchezza del corpo..e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo…una impossibilità di respirare con l’anima.”
Pessoa

Quando pubblicai questa citazione su Instagram avvertivo già chiaramente il peso di essere in un contesto non adatto a me. Con i social ci ho provato più volte ma sembra che io abbia qualcosa che inevitabilmente me li renda odiosamente nemici. Tanti anni fa aprii la mia prima pagina su Facebook, si chiamava Figlia del vento e la vidi crescere con piacere fino a quando per diverbi interni non decisi di chiuderla. Un’ altra mia creazione a cui ero particolarmente legata la chiamai Le affinità elettive, ma pure questa andò incontro ad un triste epilogo. All’epoca quel social era molto vivace e attivo, si cresceva subito e con il solo passaparola o pubblicandosi tra pagine amiche. Non c’era ancora minimamente l’ombra di post sponsorizzati, non si pagava per essere visti. Era ancora tutto relativamente nuovo e elettrizzante, la gente commentava e condivideva e bastava poco a farti sentire importante e felice. Certo, se questo era ciò che desideravi. Per me i problemi, contrariamente al resto del mondo, sono sempre arrivati appunto dal seguito. Sono sempre scappata quando i numeri cominciavano a salire; mi ha sempre spaventato il fatto che troppi mi leggessero e magari si aspettassero qualcosa da me. Anni dopo, un bel po’ di anni dopo, ho constatato lo stesso meccanismo su Instagram, o meglio, sul bookstagram, come viene chiamato nel gergo dei bibliofili: quella nicchia del social dove si parla quasi esclusivamente di libri, entrando in contatto con un mondo nel mondo non esente da invidie, cattiverie e gelosie. E anche da assurde fatiche per diventare micro influencers!

All’improvviso mi è apparsa chiara e lampante l’inutilità di esserci. Il fatto che a me non me ne fregasse niente di give away, di freebie, di contest, di followers e repost mi ha ribadito ancora una volta che il mio bisogno di espressione non passa da quei canali. Il mio è come un messaggio in bottiglia lanciato in mare, che un giorno, forse, qualcuno leggerà. Uno scrivere fine a se stesso, forse, ma ugualmente terapeutico.

Un blog è perfetto per questo. È come un diario non tanto segreto, in fondo.

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