Quotidianità

Da quando la guerra ha sconquassato il già precario equilibrio delle nostre vite, c’è chi fa fatica a ritrovare il proprio ritmo, la quotidianità. Io, per esempio, alterno momenti “buoni” ad altri in cui tutto mi sembra aver perso il suo senso. In verità mi chiedo se mai l’abbia avuto.

Comunque sia, si deve pur continuare a vivere. Mica si può star senza far niente ad aspettare che arrivi un’atomica a spazzarti via. Si deve andare avanti, anche se con più fatica, per l’improvvisa TOTALE consapevolezza della precarietà non solo propria ma della vita stessa.

Allora ben venga tutto ciò che aiuta, in primis la meditazione, soprattutto focalizzata su quel concetto così travisato dell’accettazione. Poi gentilezza (mētta) verso se stessi e gli altri. Fare qualcosa che piace, anche se non è importante, o sembra non aver senso. Darsi degli obiettivi raggiungibili a medio termine, non angosciandosi troppo per mète difficilmente raggiungibili.

Io ci sto provando. Parte della mia buona pratica di “mantenimento della normalità” è la mia Lily, che da ottimo maestro zen come è ogni cane, mi ricorda l’importanza della leggerezza, di divertirsi con quel che c’è quando c’è, di stare qui e ora. Perché non abbiamo tutto il tempo del mondo e ne sprechiamo troppo a complicarci la vita.

Bianco o nero

Il modo in cui oggi facciamo circolare idee e parole sui social tende a escludere l’effetto sorpresa: ognuno ripete il copione del suo schieramento.

Jonathan Bazzi

Sabato scorso ho scritto un articolo in per l’ennesima volta davo voce al MIO pensiero, soddisfacendo l’umano bisogno di visibilità, che ribadisce la nostra esistenza. Non l’ho pubblicato. E ho fatto bene. Di solito sono molto più impulsiva e se qualcosa ha imparato a frenarmi è soltanto un progresso.

Non c’è veramente bisogno di continuare a esprimere il proprio punto di vista in merito a qualcosa di così complicato come una guerra, si tenderà sempre e soltanto a essere faziosi e si contribuirà all’alimentazione della dicotomia sociale, già così netta.

Il mio pensare radicale non aiuta me e non serve al mondo.

Certamente, ho sempre le mie opinioni. Che hanno il peso di tutte le altre, da qualsiasi parte pendano. Per rimanere però mentalmente aperti è bene ascoltare tante voci e riconoscere l’illusione che si cela dietro ad ognuna, la propria in primis.

Quello che sento è che esprimere il proprio assenso o dissenso è anche un modo per sfogare,almeno in parte, la propria frustrazione per qualcosa su cui non si ha la minima influenza.

Basta però riflettere sulle miriadi di cose su cui non abbiamo la stessa minima influenza per renderci conto che è qualcosa che non dobbiamo combattere, ma imparare ad accettare.

Come? Guardandosi dentro, osservandosi in tutte le proprie sfumature e contraddizioni, abbandonando per prima cosa il giudizio per noi stessi e dando spazio all’opportunità di considerare tutta la nostra interezza, imperfetta com’è.

La consapevolezza della propria complessità è l’anticamera di quella dell’altro e del mondo. Magari non arriveremo a comprenderlo, ma lo scopo non è capire: è accettare.

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Democrazia

Non vi sono alternative alla democrazia.
Se si rinuncia a quella, se muore quella, la libertà va a farsi friggere e come minimo ci ritroviamo in un gulag o in lager o in una foiba. Insomma in prigione o sottoterra. Ma quando ci riempiamo la bocca con la parola Democrazia sappiamo bene che la democrazia fa acqua da tutte le parti. Sappiamo bene che è un sistema disperatamente imperfetto e sotto alcuni aspetti bugiardo.


Oriana Fallaci

Ho letto pareri contrastanti, sulla guerra e sul pacifismo a tutti i costi. Credo che ognuno di noi risponda alla tragicità degli eventi nel modo che gli è peculiare. Credo anche che molti sposino una causa soltanto per abitudine a un certo tipo di idealismo. A volte bisogna scendere a compromessi anche con ciò in cui si crede. Quindi, non è poi così strano che un pacifista si armi e combatta, in nome di quella pace che la guerra gli ha tolto. E non è strano nemmeno che dietro un categorico rifiuto di ogni belligeranza, si nasconda un’egoistica comodità.

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Resistenza a oltranza o resa dignitosa?

Ieri mi è capitato di leggere un’ opinione di Toni Capuozzo. Il giornalista sostiene che visto come stanno andando le cose, il Presidente ucraino dovrebbe accettare una resa dignitosa e risparmiare il sangue dei suoi innocenti cittadini.

Vi confesso che ho sentito, dentro di me, una parte che ha subito aderito a queste parole. Sarà che le giornate iniziano e finiscono con le strazianti immagini dei tg, che il senso d’angoscia si fa più forte di ora in ora, accompagnato dal terrore che le nostre vite, di cui magari ci lamentavamo fino a ieri, possano essere strappate via in un attimo di lucida follia; sarà perché vada come vada speriamo solo che finisca presto, fatto sta che questo umanissimo sentimento da vita a una dovuta riflessione: è più giusto morire per la propria libertà anche se questo comporta un immane massacro, o è preferibile riconoscere l’impossibilità di vittoria e cedere? Se la Russia volesse annientare l’Ucraina, dicono che potrebbero farlo senza problemi, ché le forze in campo sono soltanto un decimo della loro potenza effettiva. Forse non si reputava questo popolo in grado di dare una così forte risposta, chissà.

Gli ucraini hanno scelto di combattere, e chi non l’ha scelto, a meno che non abbia almeno tre figli, è obbligato a farlo. Una grande parte di me li appoggia fino in fondo, perché non esiste una resa dignitosa, e sì, è sacrosanto combattere per la propria libertà. Anche se significa morire.

La verità è che la paura ci attanaglia, tutti. Ed è normale sentire forze e sentimenti contrastanti. Mantenere la lucidità in casi estremi non è da tutti. Anche non impazzire, aggiungerei.

E mentre sulla mia home di facebook continuano ad apparire dai miei contatti scene di vita quotidiana a base di gatti e di torte e di risultati di calcio, come se a poco più di mille chilomentri non stesse finendo il mondo, non posso fare altro che chiedermi chi è normale e chi no, perché tanti si sentono più coinvolti e altri meno, o affatto. Per quanto mi riguarda, qualcosa è cambiato e non tornerà mai più come prima. E credo che prima o poi dovranno farci i conti tutti, anche i gattari di facebook.

Confrontarsi con l’ignoto

“Il momento più solitario nella vita di qualcuno è quando vede come si distrugge il proprio mondo, e l’unica cosa che può fare è guardare fisso”

F. Scott Fitzgerald
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Se la scossa della pandemia non è bastata, quella della guerra metterà in ginocchio i pochi che ancora si reggevano a stento sulle proprie precarie certezze.

Osservare le diverse reazioni della gente di fronte a catastrofi destabilizzanti offre lo spunto a diverse riflessioni: chi continua con il solito tran tran come niente fosse, è qualcuno in negazione, non è affatto toccato dall’evento o è talmente in pace con se stesso da non temere l’idea di una morte improvvisa (e ingiusta)?

Dicono che la paura della morte sia direttamente proporzionale alla capacità di sentire che la propria vita ha un senso.

Io ho il terrore, della morte. Sono arrivata alla soglia dei cinquanta eppure di fronte all’incertezza massima di questi giorni tutto ciò che sento dentro è panico e rimpianto per non aver saputo vivere.

Il senso della vita qualche fortunato lo trova subito, qualche altro ce l’ha da sempre. E poi c’è chi, come me, lo cerca da tempo immemore e proprio per questo, forse, non lo trova.

Non si tratta di voler fare la differenza, ma di avere quella serenità della mente che ti permette di dire: ho fatto quel che ho potuto.

Io me lo ripeto spesso, ma non basta. È come conoscere a memoria una lezione senza saperla elaborare propriamente. La ripetizione a pappagallo di cose lette e rilette, che altri hanno detto e scritto perché provate; ma non si può inventare un sentimento, un’emozione, un’esperienza.

Questo blog è diventato un contenitore di deliri, ma perdonatemi. Non era nato con questo intento. Però ha la sua funzione terapeutica, il ché male non fa.

E mentre si spera nella pace armandosi fino ai denti (un controsenso, no?), l’incertezza ci sovrasta tutti, democratica e letale.

Un lampo è la vita dell’uomo

Un lampo è la vita dell’uomo, la sua essenza è un fluire continuo, indistinta la sua percezione, marcescibile è tutto il suo corpo, l’anima è come un turbinoso fantasma, indecifrabile il suo destino, ingiudicabile la fama.

In poche parole, ogni moto del corpo è come la corrente di un fiume, ogni impulso dell’anima sogno e illusione; la vita è guerra e soggiorno in terra straniera, la fama, dopo la morte, un sempiterno oblìo.

Qual è dunque la nostra difesa? Unica e sola, la filosofia. La cui essenza consiste nel conservare integro e puro il demone divino che abita dentro di noi, incurante dei piaceri e dei dolori, che agisce sempre a ragion veduta, indipendentemente da quel che gli altri fanno o non fanno e mai subdolamente e ipocritamente, sempre disposto ad accettare qualsiasi evento riservatogli dalla sorte come proveniente dal luogo da cui egli stesso è venuto; e soprattutto sereno di fronte alla morte che considera nient’altro che il dissolversi degli elementi di cui ogni essere vivente è composto.

E se per tali elementi, presi singolarmente, non c’è nulla di terribile nel loro continuo trasformarsi e risolversi l’uno nell’altro, perché si dovrebbe temere la trasformazione e il dissolvimento di essi nel loro complesso?

Ciò, infatti, è conforme a natura, e dunque non può essere un male.

Marco Aurelio

 

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