Gambetto veneziano

Ho apprezzato molto la lettura di questo romanzo, la sua curata ambientazione storica e l’azione che riesce a catturarti nella lettura fino all’ultima pagina. Quattro i protagonisti, che per caso si ritrovano a diventare compagni di vita e d’avventura: Lavinia, ragazza del mistero; Orfeo, geniale musico; Romano, ex-soldato e baro; e Bonifacio, un simpatico furfante. Sullo sfondo, l’Italia del XVII secolo.

La nostra storia inizia in una taverna, dove Bonifacio fa il suo ingresso in cerca di ristoro e Romano, assieme al giovane nipote Michele, è intento a “spennare” uno sprovveduto a carte. Orfeo si sta esibendo nell’arte in cui è maestro, e una vecchia strega (in verità una splendida ragazza) si avvicina al bancone mendicando qualche moneta. L’azione entra subito nel vivo in seguito al rifiuto del malcapitato giocatore di pagare il dovuto per la perdita della partita: egli si ripresenta nella locanda accompagnato da alcuni bravi che uccideranno il ragazzo e in seguito alla colluttazione i quattro, stretti in involontario sodalizio, si vedranno costretti a prender la fuga.

Orfeo, ex musico alla corte del duca di Mantova, riesce a rientrarne nelle grazie in merito all’amore che ancora lo lega alla duchessa; portando con sé quelli che ormai sono diventati i suoi compagni. Qui facciamo la conoscenza di un personaggio esilarante: il duca stesso. L’autore ha saputo renderne perfettamente la vanagloria e la vigliaccheria e difficilmente si potrà resistere all’impulso di ridere di lui. La duchessa, d’altro canto, è una donna forte e pragmatica e anche se nello svolgersi della trama rivestirà un ruolo secondario, s’intuisce molto bene che sarà in grado di affrontare le conseguenze delle azioni dello sconsiderato consorte. Durante la fuga di questo incapace governante in cerca di protezione a Venezia, l’avventura dei nostri avrà ufficialmente inizio: salperanno in direzione dell’isola di Candia per recuperare un’antica Bibbia, particolarmente cara al Doge. Tra rocambolesche vicissitudini, riusciranno a far ritorno beffandosi del duca e del Doge stesso.

La minuziosa ricostruzione storica non appesantisce minimamente lo svolgersi della storia, anzi le fa da cornice in maniera ineccepibile. I personaggi sono delineati con attenzione e cura e se ne può facilmente intuire lo spessore: Romano, ad esempio, presentato come ex mercenario e baro, si rivela un uomo di principi, anche inaspettatamente gentile, e avanzando nelle pagine ci accorgiamo del suo codice morale. Il duca, abbandonando il suo popolo e la sua consorte senza riguardo alcuno, viene mostrato in tutto il suo infantilismo e nella sua dubbia moralità. La contessa, al contrario, non si scoraggia, sa godere del presente senza angosciarsi eccessivamente per il futuro, con l’intima consapevolezza nelle proprie capacità. La forza di Anna Isabella fa da contrappunto alla debolezza del marito, una dinamica molto ben delineata e riuscita. Bonifacio, nel corso dell’azione, si rivela pieno di inaspettate risorse e Orfeo inaspettatamente capace di un amore appassionato e cortese.

Resta la curiosità per la figura di Lavinia, di cui l’autore ci racconta quel poco che basta per alimentare la nostra curiosità e farci sperare, in futuro di ritrovarla ancora.

Leggere Lolita a Teheran

Se essere Donna è complicato in quasi tutto il mondo, esserlo in un Paese ossessionato dalla religione lo è ancora di più. Si può disquisire sul ruolo femminile nelle diverse culture del mondo per mesi e anni, ma parlare della donna nell’Islam radicale è un compito assai arduo, che sconfina dalle mie competenze, e non è affatto lo scopo di questo libro.

Questo libro è un viaggio nel ventennio che va dall’alba della Rivoluzione che portò alla nascita della “Repubblica” Islamica al termine della guerra fratricida tra Iraq e Iran. Sullo sfondo, con abili tratti, l’autrice illustra l’assurdità dell’estremismo e dell’ eccidio e lo fa dal suo punto di vista di donna iraniana, costretta a vedere giorno dopo giorno le sue libertà cancellate; aggrappandosi ai suoi amati classici per non soccombere del tutto.

La follia umana si contende il ruolo da protagonista di queste pagine, testimonianza di una Storia troppo spesso dimenticata e per questo sempre destinata a ripetersi; insieme all’immensa passione per la cultura di chi fa di tutto per conservarla e diffonderla. Azar Nafisi in mezzo all’orrore riesce a mantenere il suo punto fermo, senza lasciarsi travolgere, e ci fa dono di questo che a torto possiamo chiamare soltanto “romanzo”.


Le ragazze della professoressa, così diverse tra loro, nel susseguirsi degli incontri con lei non apprendono soltanto nozioni di letteratura ma anche a capire meglio loro stesse e la realtà in cui vivono. Ognuna farà le sue scelte ma ciascuna portando con sé il tesoro di quanto imparato. La stessa insegnante, rileggendo quei testi tanto amati in un contesto così lesivo della dignità umana, li comprende in un modo nuovo, diverso.

Leggere Lolita a Teheran è una preziosa testimonianza di come così facilmente un’ ideologia può degenerare in tragedia, in nome di chissà quale presunta superiorità o di chissà che “dio”, ma è soprattutto un canto d’amore per i libri e per la loro capacità di elevare l’animo umano, in qualsiasi situazione e in qualunque parte del mondo.

Una stanza piena di gente

Portai a casa questo libro con la consapevolezza di aver fatto un’ acquisto di cui sarei stata soddisfatta al 100% e infatti non mi sbagliavo.

La storia in cui si viene catapultati senza scampo fin dalle prime battute è l’autobiografia di Billy Milligan, il primo caso americano di personalità multipla sottoposto a processo per rapina, violenza e omicidio. Entrare nella sua mente è entrare in una stanza piena di gente, perché lì convivono trenta personalità, di cui, una decina, sono le predominanti. Il vero Billy è stato “messo a dormire” in seguito ad trauma che ne ha frantumato la psiche e di cui non avrebbe potuto reggere il dolore.

Questo libro è spiazzante, è un allucinante viaggio all’interno dell’inconscio umano e ci fa rendere conto di quanto, in fondo, sappiamo veramente poco dei meccanismi della nostra mente. Solleva molti interrogativi, primo fra tutti quello sull’infermità mentale: sulla capacità d’intendere e di volere nel momento in cui un atto criminoso viene commesso.

Billy non sa cosa fanno i suoi altri sé e soltanto con l’aiuto di medici che prendono a cuore il suo caso, riesce a riunificare le varie parti in una personalità integra, che si autoproclama Il Maestro. Grazie a lui, possiamo penetrare nel fitto labirinto mentale di quello che, alla fine dei conti, era rimasto un bambino fermo all’età di nove anni, quando gli fu brutalmente inflitta la violenza; scopriamo la sua vita, la sua tragedia e la sua fragilità.

Una stanza piena di gente è una di quelle letture che rimarrà per sempre impressa nella mente, assolutamente indimenticabile.

Il racconto dell’ancella

Se basassi la mia recensione sulle emozioni suscitate da questo libro, non oserei pubblicarla. Questa è una storia che va decantata ,per renderle il giusto tributo che merita. Tuttavia, non posso rimanere zitta e non esprimere il più correttamente che posso il mio pensiero, perché è passato un anno e lo sdegno è ancora intatto, come lo è la rabbia.

Nella distopia di Margaret Atwood ci si spinge oltre il limite dell’immaginabile e del tollerabile. Leggere le sue parole è come ricevere un pugno in faccia. Lo so che si potrà pensare che siamo (fortunatamente) ben lontani anche solo da ipotizzare uno scenario simile, dove la maggior parte degli uomini è ormai sterile e le poche donne fertili rimaste sono costrette a fare da “ancelle”, di fatto legalizzando lo stupro ; ma il solo fatto che qualcuno l’abbia concepito e usato come metafora nel portare avanti la causa femminile, deve far riflettere.

Io credo che abbia dato voce a quanto di più tetro si cela dietro certe maschere così perbene da credersi insospettabili; ma anche all’oscurità che traspare ogni giorno a ben guardare, dietro ogni “piccola” notizia o fatto che mirano a spingere un po’ più giù la dignità di una Donna. La Donna fa paura ,per il suo Mistero e il suo Potere, che l’uomo non comprende e per questo cerca di esorcizzare, senza per altro riuscirci. Nonostante le limitazioni, le privazioni, le umiliazioni e le violenze, la Forza della Donna è intatta, e l’uomo-quello piccolo, infimo e minuscolo- lo sa benissimo. Non sarà una veste a coprire l’ essenza di una Donna, né un burka, né ci si riuscirà impedendole di vivere o segregandola e facendo di Lei una schiava.


Da questo libro è stata tratta una serie TV che, per una volta nella vita, mi sento di consigliare vivamente; per provare ancora più sdegno, per lasciarsi bruciare ancora di più dalla rabbia, e per incidere sempre più a fondo il messaggio che questa grande autrice vuole lanciare. Non è una visione per deboli, né di stomaco né di carattere. Come non lo è leggere questo Racconto. Ma ben vengano pagine come queste se serviranno a illuminare anche solo una coscienza.

L’Atlantide

Questo libro compariva nella bibliografia di uno a me molto caro. Ho provato a cercarlo, l’ho trovato e letto via via con sempre più entusiasmo.

Del mito di Atlantide si parla da sempre, ma Merezkovskij lo mostra in un’ottica differente, in un parallelismo tra antico e nuovo, tra “preistoria” e “storia”, come lui stesso afferma, tra l’umanità antidiluviana e quella “moderna”. Lo scritto è molto vecchio, a ridosso della seconda guerra mondiale, eppure tra le sue righe si trova tanto da potersi riferire all’epoca attuale perché l’uomo, in fondo, non impara mai.

La luce fu mostrata nelle tenebre, ma gli uomini amarono le tenebre più della luce; fu dato l’antidoto, ma gli uomini scelsero il veleno.

La fine di Atlantide è la fine dell’umanità, che dimenticò la Pace e scelse la Guerra: fine che è destinata a ripetersi, come ciclicamente accadde , nel corso delle ere ( stessa conclusione di Graham Hancock, ne “Il ritorno degli Dei”).

Tuttavia, questo prezioso testo illustra anche i collegamenti e le straordinarie similitudini, se non vere e proprie somiglianze, tra i più distanti popoli del mondo, (ricordando, se non fosse per il lirismo, i vecchi scritti di Peter Kolosimo):

La piccola stirpe dei Baschi, chiusa nei Pirenei, parla una lingua che non somiglia a nessun’altra lingua d’Europa, d’Africa e d’Asia, ma che somiglia assai alle lingue delle razze sudamericane

e ancora:

La parola greca “phoinix“,”fenicio“, significa “rosso“, “pellerossa“. Così i Greci omerici chiamavano gli emigranti dell’isola di Creta dove abitavano i Pelasgi,[…] “uomini delle Stirpi Marine“, affini ai Libici nell’ Africa settentrionale, ai Liguri in Italia, agli Iberi in Spagna[…]. Tutte queste, a giudicare dalle pitture murali egizie e della Creta di Minosse, sono “pellirosse“, imberbi, come i Toltechi e gli Aztechi del Messico precolombiano.

sostenendo la tesi di Atlantide come trait d’union tra l’Europa e l’ America .

In effetti, circa 20.000 anni fa, proprio sulle coste europee dell’ Atlantico comparvero “improvvisamente e chissà donde ” i Cro-Magnon: fisicamente e spiritualmente superiori ; organizzatisi in una serie di colonie lungo tutta la via mediterraneo/atlantica e presentando “un legame molteplice- nella lingua, nella foggia di vestire, nel cranio , nel colore della pelle, nella religione – “da un lato con le razze dell’ America e dall’altro con i Guanci (delle Canarie) ,come se fosse crollato un ponte continentale attraverso l’Atlantico.

Di “carne al fuoco” Merežkovskij ne ha messa tanta (d’altronde lo spessore del libro è notevole): partendo dalla diatriba storia/mito, è passato per Enoch e Gesù, ha raccontato il Diluvio e collegato l’Europa all’America, illustrando la “magia” e la caduta in rovina di un popolo elevato in ogni senso.

Sicuramente a questo autore Russo, uomo di fede e dalla visione non propriamente rosea della vita, va riconosciuto il merito di aver saputo raccontare -attraverso quello che i più considerano un mito- la tragica condizione umana destinata a perpetrare nell’errore e nell’orrore, apparentemente incapace di scegliere il Bene, ossia la Pace, ovvero “Dio”, perché

Come gli Atlanti, ci consideriamo savi nella follia, veggenti nella cecità, “beati” sull’orlo della rovina.

Effettivamente, guardandoci attorno, come potremmo dargli torto? Nei secoli dei secoli la sola costante dell’uomo è la guerra ed è veramente desolante osservare come siamo ciechi e stupidi a non capire l’inutilità di distruggerci a vicenda, oggi come allora, come sempre.

Magia e potere della Dea

Gareth Knight, grande esoterista britannico, profondo conoscitore della Kabbalah e della tradizione esoterica occidentale, in questo libro ci guida attraverso i vari miti incentrati sul principio divino femminile e al contempo illustra un’ampia gamma di tecniche per riscoprire e ricollegarci a questo grande Potere.

La Terra ha bisogno di questa riconnessione, per guarire dalle innumerevoli ferite inferte da millenni di occultamento e mistificazione. La Dea ci chiama affinché la nostra voce si unisca alla Sua e possa così tornare a farsi udire nel mondo.

Per ristabilire il contatto con questa antichissima fonte ,a noi occidentali sono date istruzioni pratiche che, messe in atto, permettono di avvertirne chiaramente in noi gli effetti. È un dissotterrare quanto nei secoli è stato nascosto nel mito.

È riportare all’antico splendore il Principio Supremo. È un lavoro di guarigione per noi stessi e per Gaia, che apporterà salute e benessere e ci permetterà di percepire nuovamente le forze a cui sottostiamo e che ci compenetrano, in unione con il Creato.

Ho’Omana

La più antica forma di spiritualità è lo sciamanismo, presente in ogni continente e in molteplici forme con tutte, alla base, gli stessi principi. Ho’Omana è lo sciamanismo Huna, tipico della Polinesia e delle Hawaii. Quando si pensa a queste meravigliose isole, ai ferrati in materia viene subito in mente l’ Ho’Oponopono, ma questa antica terra è custode di una cultura molto più profonda e antica, che gli autoctoni dicono sia giunta loro dal mare, da lidi lontani.

In questo libro è racchiuso tutto il tesoro degli insegnamenti dei Kahuna-gli sciamani hawaiani-dalla cosmogonia alla composizione dell’uomo. Con parole semplici ed efficaci, anche il lettore occidentale può comprendere i principi fondamentali di questa pratica spirituale, che, più che altro è un modo di vivere. Ciò che per gli indigeni è scontato e naturale, tocca a noi impararlo, nel migliore dei casi ricordarlo, in quanto tesoro sepolto nelle nostre memorie di esseri umani.

Per facilitare il riappropriarsi di queste antiche conoscenze, vengono descritti e proposti svariati metodi che permettono di mettere subito in pratica e fare esperienza di quanto descritto in teoria. Quindi tra le nostre mani abbiamo non solo un prezioso testo che porta a conoscere la spiritualità Huna, ma anche un valido manuale per mettere in atto concretamente delle tecniche che potranno giovare alla nostra integrità.

Vivere PONO è l’unico modo di vivere e non si tratta di recitare un mantra o le classiche paroline “magiche” che tutti conosciamo: vivere PONO è vivere secondo Natura. E “Ho’Omana” spiega come.

Il segreto della Sibilla pastora

Amo i libri che sanno accompagnarti in un viaggio fantastico; quei libri che quando li apri è come aprire la porta su un mondo bellissimo dove puoi perderti senza timore e restarci tutto il tempo che vuoi.

“Il segreto della Sibilla pastora” non è solo un romanzo: è una storia che chiede di essere raccontata, ascoltata e diffusa. Tra queste pagine è racchiuso un tesoro che il lettore si sente chiamato a riscoprire, andando alla ricerca di verità nascoste da troppo tempo, per riportarle alla luce, come è giusto che sia.

L’autore è un Maestro nel ricreare, nella mente del lettore, i paesaggi vivissimi di cui narra, rendendolo partecipante attivo della trama e del mistero. Sulla Sibilla Appenninica è stato detto e scritto molto, spesso volutamente occultando la sua identità, mascherandola sperando di sminuirne in qualche modo il potere; ma come nella citazione attribuita al Buddha, la Verità-come il Sole e la Luna- non può restare celata a lungo, e Tassetti ha saputo ascoltarla e consegnarla al mondo. 

“Il segreto della Sibilla pastora” e “L’ultimo canto” possono essere considerati un’unica grande Opera ispirata e magistralmente trascritta, che saprà parlare ai cuori pronti a ricevere il Suo messaggio.

L’ultimo canto, di Enrico tassetti

“Non dobbiamo temere ma aver coraggio d’essere, altrimenti quale senso avrebbe la nostra vita?”

Ci sono libri che arrivano come un dono, tra le cui pagine trovi risposte inaspettate, quasi del tutto dimenticate; e che ti immergono in un’atmosfera magica, al di là del tempo, rendendo ogni pagina un’emozione viva.

“L’ultimo canto”, di Enrico Tassetti, è tutto questo e molto di più. È un romanzo esoterico e misterioso, appassionante come un thriller e al contempo un balsamo per l’anima.

Ci parla di verità sepolte da tempo immemore, protette con l’inganno e la mistificazione, riaccendendo nel cuore del lettore la fiamma della Conoscenza .

Una scrittura minuziosa, incalzante, a tratti deliziosamente poetica, fa dell’esperienza della lettura un meraviglioso viaggio che non vorresti veder finire.

Uno dei libri più belli che io abbia mai letto e che mi resterà nel cuore.