La cura della coscienza umana

Tutti i cambiamenti improvvisi sono il risultato di pensieri inconsapevoli che si sviluppano fino al punto in cui siano pronti a giocare un ruolo di controllo.”

William James

Una delle mie letture attuali. Un testo per comprendere cosa si cela dietro il pensiero di William James e Milton Erikson, utile a comprendere l’enorme contributo apportato alla psicologia moderna.

L’assiepamento sui social durante l’invasione dell’Ucraina. (Il post)

Diversi studi di psicologia delle masse – di cui lo psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon fu uno dei primi teorici, alla fine dell’Ottocento – indicano come fattori che influenzano il comportamento della folla la perdita di responsabilità dell’individuo e l’impressione personale di universalità del comportamento che assume, fattori che aumentano in rapporto alle dimensioni della folla. Nella folla, secondo Le Bon, gli «attori sociali» perdono consapevolezza del loro agire e tendono a subire gli effetti di una forma di «contagio» mentale, finendo per comportarsi diversamente da come farebbero individualmente.

In questi studi sono definiti «processi di assiepamento» (milling process), teorizzati dal sociologo americano Robert Ezra Park, contemporaneo di Le Bon, le modalità tipiche di raduno spontaneo di gruppi di persone numerosi ma non organizzati in seguito a eventi che interrompono le routine istituzionalizzate e producono incertezza e «inquietudine sociale» (social unrest). Dalle interazioni sociali tipiche dell’assiepamento gli individui traggono reciproca influenza emotiva e sviluppano un impulso comune che guida la loro azione collettiva.

Nel caso delle reazioni sui social all’invasione dell’Ucraina, secondo l’Atlantic, l’assiepamento si è tradotto in un’eccitazione agitata e confusa tra le persone che intanto cercavano di capire come pensare a ciò che stava succedendo: come evitare fonti inaffidabili, come inquadrare l’invasione in una prospettiva storica, come fare donazioni. E l’attenzione si è progressivamente spostata dall’evento in sé alla percezione che le altre persone avevano dell’evento.

https://www.ilpost.it/2022/03/13/assiepamento-social/

Una vita degna di essere vissuta

L’accettazione è l’unica via d’uscita dall’inferno

Marsha Linehan

Torno a parlarvi di libri e, come promesso, lo faccio con Una vita degna di essere vissuta, autobiografia di Marsha Linehan.


Marsha Linehan è una grande psicoterapeuta, colei che ha ideato e messo a punto il metodo DBT: Dialectical behaviour therapy.
Nato per aiutare principalmente i pazienti con tendenze suicide, è usato con successo per il trattamento di numerosi disturbi della personalità, come il disturbo borderline.


Marsha, da ragazza, è stata ricoverata per anni in istituto psichiatrico; diagnosticata come borderline, messa spesso in isolamento per i suoi gravi gesti autolesionistici, racconta questo di sé:
“Sono stata all’inferno. So come ci si sente e voglio aiutare la gente a uscirne.”
Una volta fuori dal manicomio, ha dedicato tutta se stessa allo studio della psicologia e delle varie “correnti” per trovare qualcosa di veramente efficace nel trattamento dei casi più gravi, quelli che nessuno voleva. Parallelamente, esercitando una costante osservazione su di sé, ha iniziato a “curare se stessa”, plasmandosi giorno per giorno, imparando a conoscere e rispettare i propri limiti e a oltrepassare quelli consentiti.


Marsha ha lavorato e faticato enormemente,ha superato gli innumerevoli ostacoli di una classe medica abbastanza restia alle novità e ai cambiamenti; è stata capace di una flessibilità e contemporaneamente di una tenacia incrollabile.

Donna profondamente spirituale, inizialmente cattolica, ha saputo fare evolvere il suo rapporto con “dio” senza mai arrivare a rinnegarlo, nemmeno nei momenti più bui. Pur definendo se stessa “una scienziata”, non ha mai sofferto la dicotomia (per me ancora insanabile) tra fede e scienza e questo è l’aspetto della sua vita che più mi ha colpito.
Ha attraversato diverse fasi, nella sua “relazione” col Divino, ognuna delle quali ha affinato la sua interiorità, mettendola anche in difficoltà, ma mai in dubbio. Presumo che ciò sia segno di un animo maturo, di un cervello che nonostante i disturbi e i farmaci ha riacquistato pienamente le sue facoltà di elaborazione del pensiero. Un gran bel traguardo.


Il suo percorso di autoaffermazione è andato di pari passo a quello lavorativo, creando un intreccio perfettamente funzionale che ha dato come risultato una terapia efficace, in grado di fare la differenza tra un caso “perso” e una guarigione.


Sono grata a Marsha per aver scelto di condividere col mondo la sua storia. Le sue parole, la sua vita, hanno una grande forza a cui chi ha bisogno può attingere, per rialzarsi o anche solo per andare avanti. Quindi, lettura assolutamente consigliata, non solo agli appassionati di psicologia ma a chiunque abbia voglia o bisogno di un esempio di lotta e speranza e, una volta tanto, di vittoria.

La Rabbia È Un’Energia Antica: Bisogna Averne Cura – Eticamente.net

https://www.eticamente.net/65220/la-rabbia-e-unenergia-antica-bisogna-averne-cura.html

La lettura di questo articolo mi ha fatto ripensare a un libro letto qualche mese fa: Nutri i tuoi demoni, di T. Allione. La pratica di nutrire i demoni è una visualizzazione con la quale è possibile entrare in contatto con le proprie emozioni, dando loro un volto, una forma, interrogandole, e dando loro – sotto forma di metaforico nutrimento – ciò di cui sentono di avere bisogno.

Essendo la rabbia il mio “problema” principale, ho tentato, incuriosita. La prima volta (era un periodo dove la sentivo veramente TANTO) vidi un enorme lottatore, gigante, con bracciali ai polsi e fiamme negli occhi. Dopo averlo nutrito di “giustizia”, che è ciò che la mia rabbia vuole, si è ridimensionato fino ad assumere l’aspetto di un lupo nero, dagli occhi talvolta fiammeggianti. Tra l’altro, Ysòl è proprio un lupo nero, non a caso.

Se avete problemi con qualche emozione particolarmente forte, o anche solo per curiosità verso il vostro inconscio, vi consiglio di provare. Su YouTube c’è l’audio che vi guida per tutto il tempo, 20 minuti circa. https://youtu.be/DL5jZhCGLEY

No contact come autodifesa

https://psicoadvisor.com/il-no-contact-con-il-genitore-disfunzionale-27168.html

Interrompere i rapporti con un genitore disfunzionale nella stragrande maggioranza dei casi è un estremo gesto di autodifesa. Potendo parlare per esperienza personale, quello che scatta è un interruttore che ti mette in modalità di salvaguardia. Ovviamente poi dovrai fare i conti con tutto quanto questa che neanche è a tutti gli effetti una decisione, ma un riflesso spontaneo, comporta. Dovrai fronteggiare molte emozioni, tutte spiacevoli, e non ci sarà modo di farle sparire, pena un’ansia devastante. Tutto dentro te chiede tempo, tempo per vedere, per elaborare, per accettare e comprendere. Ma tu non lo sai nemmeno se ce l’hai tutto questo tempo, perché si sa che corre e forse non farai in tempo e i rimorsi si sommeranno a tutto quello che non hai (ancora) mai imparato a gestire…

La trappola della felicità

È da tanto che non vi parlo di libri. Da quando ho intrapreso la rilettura della rechèrche Proustiana, mi sono decisamente perduta io…Però sto intervallando queste duemila pagine con letture più leggere e di diverso genere. Un titolo che mi sento assolutamente di consigliare è La trappola della felicità .

Perché nella società occidentale del benessere sembriamo tutti stressati, depressi e insoddisfatti (e chi non lo sembra spesso in realtà lo è comunque, solo che finge il contrario)? Perché siamo prigionieri della “trappola della felicità”, un circolo vizioso che ci spinge a dedicare il nostro tempo, la nostra energia, la nostra vita, a una battaglia persa in partenza: quella contro i pensieri e le emozioni negative. Che è poi una battaglia contro la realtà e contro la stessa natura dell’essere umano. Perennemente in lotta, e perennemente sconfitti, dato che il controllo che abbiamo sui nostri pensieri ed emozioni è in realtà infinitamente meno di quanto la nostra cultura voglia farci credere, è inevitabile ritrovarsi spossati, frustrati e delusi di sé e della propria esistenza. In questo libro, Russ Harris ci conduce alla scoperta della nostra personale trappola della felicità, guidandoci a prendere coscienza dei meccanismi mentali che ci tengono prigionieri facendoci ostinare a perseguire chimere impossibili – essenzialmente, avere sempre emozioni e pensieri positivi e mai negativi – e a recuperare la nostra libertà di scegliere e di agire come riteniamo meglio per noi. Ciò è possibile applicando i principi e le tecniche dell’Acceptance and Commitment Therapy, un approccio terapeutico basato sulla mindfulness, diretto a sviluppare la “flessibilità psicologica” che consente di superare i momenti critici e di vivere pienamente il presente muovendosi nella direzione tracciata dai propri valori.

Ricordo ancora il mio stupore quando lessi che la mente umana non è strutturata per elaborare pensieri felici ma bensì per valutare istantaneamente e costantemente pericoli e minacce, anche presunti. Il mio pensiero è subito volato agli amanti del think positive (convinti di cambiare se stessi e il loro mondo) e a tutti quelli che, come me, non l’hanno mai abbracciato percependone l’inganno.

“La madre sufficientemente buona”

Il bambino non sostenuto è costretto ad adattarsi a un mondo che ancora non capisce; in questo contesto non è più la madre a portare il mondo al bambino ma il bambino a doversi adattare precocemente al mondo. La preoccupazione prematura per il mondo esterno ostacola e impedisce lo sviluppo del vero Sé. Il nucleo dell’individualità autentica del bambino rimane in sospeso, bloccato in un tempo psicologico e, mentre il tempo scorre, si lascia spazio a un vuoto che collega il passato al presente. Questo nucleo mancante del sé, per Winnicott, è la base della psicopatologia.

L’importanza del giusto accudimento e della soddisfazione dei bisogni nei primi mesi di vita, fondamentale per lo sviluppo del vero sé.

https://psicoadvisor.com/la-madre-sufficientemente-buona-di-winnicott-23989.html?fbclid=IwAR1PWVVH-m-oXAfV3Rviul0pwETczC5K20jbLndIskz8wjQOYVOKV8rrHfs

Come i social uccidono l’empatia

Condivido la traduzione di questo interessante articolo su come i social stiano uccidendo la nostra capacità di provare empatia. (traduzione adattata con Google translator)

Quante volte al giorno controlli il telefono? È Instagram che ti avvisa che hai 250 Mi piace sul tuo selfie anziché 249? È quella chat di gruppo di Facebook che discute sempre di politica? O è quella pagina di notizie che riporta il tragico evento di un’altra sparatoria di massa che colpisce la paura nei nostri cuori? Negli ultimi due decenni, i social media si sono sviluppati a un ritmo allarmante, aggiornandosi costantemente per consentire il modo più rapido per diffondere le informazioni. Oggi abbiamo accesso illimitato a ogni database, sito Web e profilo personalizzato con la semplice pressione di un pulsante. Non pensavi che questo tipo di potere avesse un prezzo? Sfortunatamente, lo ha.

Ogni essere umano possiede un tratto chiamato empatia che gli consente di spiegare i sentimenti, le emozioni o le esperienze di un’altra persona. Senza empatia, sarebbe difficile sostenere una comunità di successo perché la comunicazione, la cooperazione, l’amore e la compassione non esisterebbero. È un tratto vitale per l’umanità; eppure sembra soffrire dall’emergere della tecnologia. Gli studi dimostrano che la tecnologia e i social media ostacolano l’empatia negli esseri umani, creando una generazione di persone che hanno difficoltà a mettersi nei panni dell’altro.

I social media hanno reso la creazione di connessioni con persone di tutto il mondo più facile e fattibile che mai. È facile pensare che queste nuove connessioni consentirebbero di comprenderci meglio l’un l’altro ma sembrano avere l’effetto opposto. Allora in che modo i social media impediscono l’empatia? Ci sono alcuni motivi che rispondono a questa domanda:

L’affaticamento della compassione è un fenomeno comune in cui un individuo diventa insensibile a incidenti tragici a causa dell’alta frequenza a cui vi è esposto. Il nostro cervello può gestire un tot di stress emotivo e quando abbiamo accesso costante a questi traumi, diventano così prepotenti che il nostro cervello li esclude. Questo fenomeno è sempre esistito; tuttavia, l’emergere della tecnologia l’ha solo potenziato, poiché ora è SEMPRE accessibile a noi. Ogni giorno c’è una nuova notifica sui nostri cellulari da alcune fonti di notizie che ci informa di un’altra tragica sparatoria di massa che ci annebbia il cuore. Se andiamo su Twitter o Facebook vediamo persone che scrivono all’infinito i loro disagi e problemi. Quando lo vediamo più e più volte, iniziamo a perdere la capacità di provare empatia.

C’è una disposizione naturale negli esseri umani a voler essere “giusti”. I social media possono effettivamente basarsi su questa sensazione attraverso un pregiudizio di conferma. Il bias di conferma è definito come un modo di elaborare le informazioni attraverso i gruppi e le persone le cui convinzioni coincidono con le tue. È stato osservato che gli esseri umani sono generalmente più empatici e comprensivi quando conversano faccia a faccia con un altro individuo. In questo ambiente non c’è pressione per compiacere un grande gruppo di persone e le idee vengono scambiate civilmente. Tuttavia, secondo Emily Bruneau, neuroscienziata del MIT, l’empatia spesso vacilla quando questi individui si identificano con un gruppo che sostiene una certa ideologia e convinzione. Questo è comune sui social media dove le persone cercano costantemente conferme. Una volta trovata tale conferma all’interno di un ampio bacino di utenti, diventa facile demonizzare altri gruppi che non rispettano le proprie convinzioni. Ciò promuove una discussione costante online in cui non è possibile fare progressi a causa della mancanza di empatia.

Vivendo in una società socialmente onesta, viene esercitata una pressione sugli individui per lottare per la perfezione. Per decenni la società ha creato aspettative irrealistiche sull’immagine perfetta che coinvolge fattori come la bellezza, il successo, l’intelligenza e le relazioni. Sebbene sia noto che la maggior parte di questi fattori sono esagerati e modificati alla perfezione, gli esseri umani si confrontano ancora con gli altri per la convalida. Con l’aggiunta dei social media, la necessità di confronto è maggiore che mai perché gli individui stanno testimoniando la “perfezione” nell’immagine di persone che sono “proprio come loro”. Non stiamo parlando di post di modelle ben pagate o di brillanti miliardari che le persone vedono; le persone si confrontano invece con i post di compagni di classe, colleghi di lavoro, familiari e conoscenti. I social media consentono alle persone di posizionare “filtri” nelle loro vite in modo che possano mostrare la versione di se stessi con cui vogliono essere percepiti. In questo modo, l’umanità perde la sua autenticità e improvvisamente tutto ciò che fa un individuo non è abbastanza buono se il post di qualcun altro implica che stanno facendo meglio. All’umanità manca il conforto del fallimento e dell’imperfezione che induce gli individui a mantenere un’immagine di sé negativa.

Il cyberbullismo mostra i pericoli dell’utilizzo dei social media e come questa piattaforma a volte può dare agli utenti la sicurezza di esprimere giudizi sugli altri senza pensarci. Oggi siamo avvertiti di cosa potrebbe accadere quando il cyberbullismo viene portato troppo oltre a causa delle tragiche perdite e del danno mentale delle sue vittime. Allora perché i fenomeni esistono ancora? I social media hanno inavvertitamente reso il giudizio sugli altri la norma sociale ed è diventato più frequente e personale. I post che ricevono il maggior numero di visualizzazioni prendono in giro i momenti imbarazzanti e negativi, dando l’impressione che la sofferenza di un’altra persona sia divertente. Gli studi dimostrano che giudicare gli altri è una risposta involontaria che viene eseguita senza pensare e che gli individui che non hanno un’immagine positiva di sé hanno maggiori probabilità di giudicare negativamente gli altri. I social media migliorano questi pensieri involontari a causa delle pratiche accettate online. In definitiva, poiché gli individui non hanno fiducia in se stessi dai social network, le persone si difendono giudicando negativamente gli altri.

I social media hanno un grande impatto sul nostro cervello ed è importante riconoscerlo. Una volta che siamo in grado di comprendere le conseguenze negative, possiamo fare la scelta di muoverci in una direzione più positiva. Studi ed esperimenti hanno dimostrato che la pratica della consapevolezza ha un effetto significativo sull’aumento dell’empatia e della fiducia negli individui. Un fattore chiave della consapevolezza è l’autoempatia in cui dobbiamo imparare e comprendere le nostre emozioni per consentirci di stabilire connessioni empatiche con gli altri. Per ulteriori informazioni sulla consapevolezza e sui modi per praticarla, fare riferimento al post sul blog Perché la consapevolezza non è nuova, che può essere trovato anche accedendo a http://www.movethisworld.com.

Per quanto riguarda i social media, a volte è saggio fare un passo indietro. Può essere utile disconnettersi per alcune ore e sintonizzarsi su ciò che sta accadendo proprio di fronte a te. In questo modo, diventa possibile avere interazioni genuine con chi ti circonda, permettendoti di ascoltare, capire, essere ascoltato e costruire sull’empatia.

Dedicato ai cercatori. E a me.

Non avrei mai creduto che dopo i quaranta mi sarei un giorno ritrovata a dover mettere in discussione tutto quello che pensavo di sapere su di me. Se non avessi perso tempo dietro vaghe e inutili dottrine più o meno new age e mi fossi rivolta ad un buon analista fin dai primi sospetti che fossi io a non girare per il giusto verso e non il mondo, magari ora avrei percorso un po’ più di strada, magari sarei a buon punto. Di certo non starei ancora qui, a vagare nella nebbia, senza sapere se mai ne uscirò.

Quando si cresce in una famiglia disfunzionale e la figura di riferimento ti priva delle tue necessità emotive, è praticamente scontato che svilupperai un disturbo borderline della personalità. Solo che non ne sei cosciente, perché tu sei tu, e non conosci altro modo di essere. Anche se il più delle volte stai male, la tua pelle ti sta stretta, e il vuoto che senti dentro è una voragine incolmabile. Un buco nero che risucchia ogni cosa, ogni persona che osi avvicinarsi a te.

Sei condannato senza saperlo a una vita mai soddisfacente, piena di relazioni instabili e mai costruttive. Totalmente incapace di riconoscere i bisogni dell’altro, perché ignori i tuoi stessi per primo. SE arriverà il giorno in cui ti metterai (finalmente) in discussione, BENEDICILO! È il primo passo verso il tuo vero sé.

Anche se perderai tutte quelle che credevi fossero le tue certezze, se stenterai a riconoscerti e proverai la sensazione di essere sveglio per la prima volta nella tua vita (anche se ti sembrerà di essere stato catapultato in un mondo surreale), sappi che ogni passo che farai d’ora in avanti sarà un passo costruttivo, per la prima dannata volta. Col tempo imparerai a non auto-sabotarti e magari, un giorno, persino a volerti bene. Allora ti accorgerai che nel tuo cuore non c’è più odio, né più rancore, né rabbia, perché anche chi ti ha ferito è a sua volta prigioniero delle sue distorsioni e incapace di agire altrimenti. Capirai che il passato non puoi cambiarlo, ma puoi decidere finalmente per il tuo futuro. Apprezzerai la libertà di non essere più schiavo delle tue incontrollabili emozioni e ti godrai la pace che deriva dalla vera conoscenza di se stessi. Quando sbaglierai, non sarai più lì pronto a condannarti, ma lo accetterai, perché sbagliare è umano. Se incontrerai dei giorni grigi, imparerai a ballare sotto la pioggia. Quando splenderà il sole, ti sentirai leggero e vivo come non mai.

Non sarà un cammino facile, ma è l’unico da intraprendere per trovare la nostra pace. E non importa quante volte ti fermerai, perché una volta sulla strada si può solo andare in una direzione sola: AVANTI.