Confrontarsi con l’ignoto

“Il momento più solitario nella vita di qualcuno è quando vede come si distrugge il proprio mondo, e l’unica cosa che può fare è guardare fisso”

F. Scott Fitzgerald
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Se la scossa della pandemia non è bastata, quella della guerra metterà in ginocchio i pochi che ancora si reggevano a stento sulle proprie precarie certezze.

Osservare le diverse reazioni della gente di fronte a catastrofi destabilizzanti offre lo spunto a diverse riflessioni: chi continua con il solito tran tran come niente fosse, è qualcuno in negazione, non è affatto toccato dall’evento o è talmente in pace con se stesso da non temere l’idea di una morte improvvisa (e ingiusta)?

Dicono che la paura della morte sia direttamente proporzionale alla capacità di sentire che la propria vita ha un senso.

Io ho il terrore, della morte. Sono arrivata alla soglia dei cinquanta eppure di fronte all’incertezza massima di questi giorni tutto ciò che sento dentro è panico e rimpianto per non aver saputo vivere.

Il senso della vita qualche fortunato lo trova subito, qualche altro ce l’ha da sempre. E poi c’è chi, come me, lo cerca da tempo immemore e proprio per questo, forse, non lo trova.

Non si tratta di voler fare la differenza, ma di avere quella serenità della mente che ti permette di dire: ho fatto quel che ho potuto.

Io me lo ripeto spesso, ma non basta. È come conoscere a memoria una lezione senza saperla elaborare propriamente. La ripetizione a pappagallo di cose lette e rilette, che altri hanno detto e scritto perché provate; ma non si può inventare un sentimento, un’emozione, un’esperienza.

Questo blog è diventato un contenitore di deliri, ma perdonatemi. Non era nato con questo intento. Però ha la sua funzione terapeutica, il ché male non fa.

E mentre si spera nella pace armandosi fino ai denti (un controsenso, no?), l’incertezza ci sovrasta tutti, democratica e letale.

Il virus dell’infodemia

Condivido una riflessione ascoltata in radio, stamattina. In Italia sono ormai due anni che in TV non si parla che di covid. Siamo il Paese con il più alto numero di talk-show, tutti i giorni e a tutte le ore. Mentre all’estero il virus fa notizia quando deve, qui siamo caduti in un’eterna narrazione trita e ritrita e molto spesso addirittura contraddittoria. Aprendo i microfoni a chiunque si senta in dovere di dare un’opinione quando il pubblico tende a dimenticare ( ma praticamente a non sapere) che appunto di una personale opinione si tratta, si è contribuito a creare confusione, a disinformare, a indebolire e disperdere la capacità di ragionamento. Dopo due anni di pandemia, c’è gente che ancora nega ci sia un virus, c’è chi ancora non sa indossare una mascherina, c’è chi grida come un deficiente per chissà quale libertà calpestata facendo osceni paragoni con il nazismo. Io credo che i media abbiano una gravissima colpa per il degenerare di questa situazione. La loro narrazione tossica, spesso superficiale, ha generato veri mostri che hanno poi trovato una cassa di risonanza nei social. Ormai non c’è più alcuna speranza di dibattito, non c’è dialettica ma soltanto un urlarsi contro ognuno le proprie convinzioni, frutto dell’ abominio mediatico. Nel caos che ne consegue, è difficile ascoltare la voce della ragione e della scienza, che richiede una capacità di elaborazione e riflessione a cui la maggior parte delle persone non è più abituata ( molte ne sono proprio sprovviste!). Molto più semplice seguire di pancia l’onda dello sdegno e della ribellione. Peccato che le conseguenze però le paghi la comunità intera.

Un anno della Tana

Con la pandemia c’è stato un crollo delle certezze interiori che ha provocato un enorme sbilanciamento. Si ha la netta sensazione di dover faticare per rimanere in un precario equilibrio. E questo è il caso “buono” di chi ancora ce l’ha,un equilibrio da conservare. Molti sono crollati e basta. Altri si sono rimboccati le maniche e hanno cercato di imparare a ricominciare a conoscersi, forse per la prima volta. Sarebbe da ringraziare, per questo. Perché è molto meglio vivere in una amara verità piuttosto che illudersi in una bolla che di vero non racchiude niente.

In questo anno di blog mi sento come un serpente che ha cambiato pelle. Stento a riconoscere quella che ero e sorrido perché ho finalmente compreso un concetto tanto caro ai buddhisti: il non-sé. Quando si arriva a capire che non esiste alcun che resta immutabile nel tempo ( figuriamoci in altre ipotetiche vite!) e si accetta la totale impermanenza di tutti i fenomeni, credo si sia veramente a una svolta nella propria esistenza.

La mente mi affascina sempre di più. La sua capacità di costruire mondi e realtà, l’ enorme fatica che si fa per imparare a disciplinarla, è semplicemente spettacolare. In questo 2022 ho in previsione diverse letture scientifiche che spero disperdano le rimanenti nubi sul mio cammino. Per il momento ho appena terminato,come primo libro dell’anno, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks, neurologo che ha descritto con umanità e delicatezza molti dei casi che si è trovato a dover fronteggiare. Come lettura in corso ho rispolverato un vecchio libro che fa parte della mia biblioteca da sempre: Il cervello emotivo, di Joseph Le Doux. Anche questo si lascia apprezzare per il linguaggio comprensibile e accattivante. Prossima lettura, invece, qualcosa di più specifico e che mi interessa personalmente: Guarire la frammentazione del sé, di Janina Fisher.

Che dire, di carne al fuoco ce n’è tanta. Speriamo di mantenere alta l’attenzione e la concentrazione, soprattutto. Al limite, quando i neuroni fumano, c’è sempre la Rechèrche per far sbollire il tutto!