Il sentiero rosso.

Il lungo tortuoso Sentiero inizia nelle stelle, rovesciato sulle cime delle montagne, è trasportato nella neve, ai corsi d’acqua, ai fiumi, al mare.
Esso copre Canada, Alaska, America, Messico fino al Guatemala e si attorciglia intorno alle popolazioni indigene.
Il Sentiero Rosso è un cerchio di persone in piedi mano nella mano, le persone di questo mondo, le persone tra i popoli nel Mondo dello Spirito. Il popolo delle stelle, il popolo animale, il popolo delle pietre, il popolo dei fiumi, il popolo degli alberi. Il cerchio sacro.
Percorrere il Sentiero Rosso è conoscere il sacrificio, la sofferenza.
E’ comprendere con umiltà.
E’ la capacità di stare nudi davanti a Dio per tutto, anche per le vostre malefatte, per la vostra mancanza di forza, per i vostri modi privi di compassione, per la vostra arroganza; perché per percorrere il Sentiero Rosso, sai che si può fare sempre di meglio. E si sa, quando si fanno cose buone, è attraverso il Creatore e si è grati.
Percorrere il Sentiero Rosso è sapere che ti trovi su un terreno di parità con tutti gli esseri viventi.
E’ sapere che, il fatto che sei nato umano non ti dà superiorità su niente.
E’ sapere che ogni creatura ha uno Spirito e il fiume sa più di te, la montagna sa più di te, il popolo delle pietre sa più di te, gli alberi sanno più di te, il vento è più saggio di quanto sia tu e il popolo degli animali ha la saggezza.
Si può imparare da ognuno di loro, perché hanno qualcosa che tu non hai: essi sono privi di cattivi pensieri.
Non vogliono vendicasi di nessuno, loro cercano giustizia.
Per percorrere il Sentiero Rosso, si hanno a disposizione i diritti dati da Dio, si ha il diritto di pregare, si ha il diritto di ballare, si ha il diritto di pensare, si ha il diritto di proteggere, si ha il diritto di conoscere la Madre, si ha il diritto di sognare, si ha il diritto alla visione, si ha il diritto di insegnare, si ha il diritto di imparare, si ha il diritto di piangere, si ha il diritto alla felicità, si ha il diritto di guardare gli errori, si ha il diritto alla verità, si ha il diritto al Mondo dello Spirito.
Percorrere il Sentiero Rosso è conoscere i propri Antenati e chiamarli per chiedere assistenza.
E’ sapere che esiste una buona medicina e una cattiva medicina.
E’ sapere che il male esiste, ma è vile ed è spesso sotto mentite spoglie.
E’ sapere che ci sono spiriti maligni che sono alla costante ricerca di un modo per guadagnare forza per se stessi a spese vostre.
Percorrere il Sentiero Rosso, significa avere meno paura di sbagliare, perché sai che la vita è un viaggio, un cerchio continuo, un cerchio sacro.
Gli errori saranno fatti e gli errori possono essere corretti con l’umiltà, perché se non si riesce ad essere umili, non si saprà mai quando si sarà fatto un errore.
Se percorrerai il Sentiero Rosso, saprai che ogni dolore porta ad una migliore comprensione, ogni orrore non può essere spiegato, ma è in grado di offrire crescita.
Percorrere il Sentiero Rosso è cercare la bellezza in tutte le cose.
Percorrere il Sentiero Rosso è sapere che un giorno varcherai il Mondo degli Spiriti e non avrai paura.

Dalla pagina Facebook Onìya Wakȟáŋ (Respiro Sacro)

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Continuerò…

Continuerò a credere,
anche se tutti perdono la speranza.
Continuerò ad amare,
anche se gli altri distillano odio.
Continuerò a costruire,
anche se gli altri distruggono.
Continuerò a parlare di pace,
anche in piena guerra.
Continuerò ad illuminare,
anche nell’oscurità.
Continuerò a seminare,
anche se altri calpestano il raccolto.
E continuerò a gridare,
anche se gli altri tacciono.
E disegnerò sorrisi sui volti in lacrime.
E apporterò sollievo, quando vedrò dolore.
E offrirò motivi di gioia laddove regna la
tristezza.
Inviterò a camminare chi ha deciso di
fermarsi,
e offrirò le mie braccia a chi si sente
sfinito.
Perché in mezzo alla desolazione,
ci sarà sempre un bambino che ci guarderà,
pieno di speranza, aspettando qualcosa da noi
e anche se siamo in mezzo ad un uragano,
il sole sorgerà sempre e in qualche luogo
e in mezzo al deserto spunterà una pianta.
Ci sarà sempre un uccello che canterà per noi,
un bambino che ci sorriderà e una farfalla
che farà dono della sua bellezza.

Pentola Nera, Capo Cheyenne

Gli spiriti non dimenticano

Mi è difficile parlare di questo libro senza sentirmi profondamente toccata dallo sdegno e dall’orrore che provo per le colonizzazioni, di qualsiasi epoca; ma non sono qui per i miei sproloqui sulla cecità di noi “visi pallidi”, vili calpestatori di millenarie culture.

Il mio compito, oggi, è di raccontarvi, brevemente, una storia. La vita di un uomo fuori dal comune, il cui nome è divenuto leggenda. Il mondo lo ricorda come Cavallo Pazzo, ma il suo nome, forse-perché quando si tratta di lui, nulla è certo- era Tashunka Uitko. Un uomo come noi, che è stato bambino in una terra impregnata di magico mistero, dove la vita non era mai facile ma trascorreva anche lieta, nella sua semplice quotidianità scandita dai ritmi delle stagioni.

Tashunka era solo un ragazzino quando fece ritorno al suo accampamento e lo trovò sterminato. Imparò presto a diffidare degli uas’ ichu, “i ladri di grasso”, come venivano appellati (giustamente) i colonizzatori del continente nordamericano, che facevano promesse puntualmente tradite, uomini senza onore, senza rispetto, senza dignità.

Questo ragazzo crebbe e divenne un uomo che si sentì chiamato a lottare con tutte le sue forze per difendere la sua terra e il suo popolo da un usurpatore impietoso e sleale, fino all’ultimo respiro. Anche quando fu consapevole dell’inevitabile disfatta, perché non era né sciocco né cieco, riuscì a radunare tutti i clan Lakota per quella che passò alla storia come la più grande battaglia e disfatta americana in tutti quegli anni di guerra. Little Big Horn fu una vittoria, agli occhi di molti, ma sono certa che lui fosse consapevole che il loro destino di popolo libero era ormai segnato. Fu però una piccola rivalsa, per tutti i loro morti profanati, per tutti i famosi patti disattesi, per lo sterminio dei bisonti che li stava riducendo alla fame. Fu il canto del cigno.

Tashunka Uitko era un grandissimo guerriero, il suo carisma nasceva dalla fedeltà nella sua missione. Egli si sentiva investito di un compito. Quando era turbato o sofferente, si ritirava sulle montagne sacre, le Paha Sapa, dimora del Grande Mistero, e attendeva un segno, che poteva anche non arrivare. Non è mai stato un capo tribù ma tutti lo onoravano e lo seguivano, per il coraggio e la fede che mostrava. Purtroppo, la sua sorte, racchiusa proprio nella stessa visione che l’aveva consacrato, è tragica e amara. Non si può proprio restare indifferenti al tradimento di quest’uomo che aveva dignità, onore, rispetto, tutto quello che all’uomo bianco mancava. Sembra una storia destinata a ripetersi in eterno. Cavallo Pazzo era un uomo di pace costretto a fare la guerra, a difendere con tutte le sue forze l’unico modo di vivere che conosceva, che mai avrebbe rinnegato. Anche alla fine, quando giurò che non avrebbe mai più combattuto, e ridotto ad un profugo sulla sua terra insieme a quei pochi che restavano dei suoi Oglagla affamati e stremati dopo l’ennesimo vile attacco, entrò nella riserva dove la maggior parte dei capi tribù aveva già accettato di rinchiudersi; quando proprio dal suo stesso popolo per meschina invidia fu tradito, Tashunka accettò con dignità il suo destino, abbracciò la sorte che il grande Spirito aveva deciso per lui con la consapevolezza di aver fatto il possibile, da uomo che ha sbagliato e continuato a tentare fin quando ha potuto.

Il grande Cavallo Pazzo morì trafitto alla schiena, colpito alle spalle da un vigliacco che altro non era. Ma sono certa che lui se l’aspettava, aveva già capito tutto. E comunque, il suo spirito vive e vivrà sempre. E ogni volta che qualcuno gli renderà il giusto onore raccontando la sua storia, vivendola attraverso il ricordo di quei terribili anni, soffrendo per le ingiustizie subite da ogni popolo annientato in nome di una presunta “civiltà”, mi piace pensare che lui lo sappia e magari gli sorrida e con il verso di un falco gli porti il suo saluto.

Perché gli spiriti non dimenticano.