Passaggio in India

Nell’India frammentata tra Islam e Induismo, una vicenda mette in luce il profondo divario tra l’Europa e questa terra variopinta al tempo del colonialismo.


La diversa concezione morale che vede contrapposti Oriente e Occidente si mostra in tutta la sua enormità nel rapporto tra Aziz e Fielding.
L’indiano, profondamente ferito dalle ingiuste accuse mosse a suo carico, non accoglie col sollievo che ci si sarebbe aspettato il suo proscioglimento. Tutto sembra confermare quanto celava nell’animo, nascondendolo pure a se stesso.

Il divario psicologico che separa i due amici sembra divenire incolmabile. Aziz torna a sentirsi “indiano”, come se prima, cedendo alla bontà del suo spirito assecondando il moto d’affetto verso un inglese, avesse rinnegato la sua essenza. Si avverte una triste chiusura, una mancata opportunità di scambio che avrebbe arricchito entrambi.


Mentre tutto fa presagire ad un finale scontato, si intravede uno spiraglio di luce che fa sperare in un futuro migliore dove ci si comprenderà oltre le differenze che ci contraddistinguono.

Un libro che fa riflettere su quanto l’ambiente e la propria cultura di origine siano in grado di plasmare ciò che siamo fino a farci credere tutti irrimediabilmente diversi.

Narrativa U.S.A. :tre romanzi per ragazzi

Per l’appuntamento odierno con Il salotto delle tane, ho cercato e scelto per voi tre libri per ragazzi che possono rivelarsi buone letture anche per adulti in cerca di svago, relax e distensione.

Ecco i titoli:

  • L’anno in cui imparai a raccontare storie, di Lauren Wolk
  • L’albero dei desideri, di Katherine Applegate
  • Julie dei lupi, di George J. Craighead

L’anno in cui imparai a raccontare storie è ambientato nel 1943 ed ha per protagonista una ragazzina alle prese con diverse situazioni difficili. Questo libro, finalista del Premio Andersen 2019, pare sia il degno erede de Il buio oltre la siepe, racchiudendo tra le sue pagine avventura, suspence ed impegno civile.

Ne L’albero dei desideri protagonista è Rubra, una grande quercia rossa che cresce in mezzo a un prato. Rubra dona riparo e rifugio agli animali del quartiere ed è chiamata “l’albero dei desideri” perché ogni anno, a maggio, vengono appesi ai suoi rami tanti foglietti colorati dove vengono trascritti desideri. La vita di una quercia è assai lunga e silenziosa, ma con l’arrivo di Samar, una giovane ospite della casa azzurra, si vedrà costretta a interrompere il suo silenzio…

Julie dei lupi ha per protagonista una ragazzina eschimese di tredici anni già sposata ad un estraneo che la terrorizza e dal quale decide di scappare, per rifugiarsi a san Francisco, dove abita la sua amica di penna. Nel lungo viaggio nella tundra, alle porte dell’inverno, la piccola Julie si affiderà alla protezione dei lupi e del loro branco. Dei lupi imparerà le regole e il linguaggio e strada facendo sarà costretta ad una scelta tra il vecchio mondo e il nuovo.

  • L’anno in cui imparai a raccontare storie
  • Lauren Wolk
  • Salani editore
  • pag. 278
  • € 14.90
  • L’albero dei desideri
  • Katherine Applegate
  • Mondadori editore
  • pag. 210
  • € 16
  • Julie dei lupi
  • George J. Craighead
  • Salani editore
  • pag. 158
  • € 12,90

Gli spiriti non dimenticano

Mi è difficile parlare di questo libro senza sentirmi profondamente toccata dallo sdegno e dall’orrore che provo per le colonizzazioni, di qualsiasi epoca; ma non sono qui per i miei sproloqui sulla cecità di noi “visi pallidi”, vili calpestatori di millenarie culture.

Il mio compito, oggi, è di raccontarvi, brevemente, una storia. La vita di un uomo fuori dal comune, il cui nome è divenuto leggenda. Il mondo lo ricorda come Cavallo Pazzo, ma il suo nome, forse-perché quando si tratta di lui, nulla è certo- era Tashunka Uitko. Un uomo come noi, che è stato bambino in una terra impregnata di magico mistero, dove la vita non era mai facile ma trascorreva anche lieta, nella sua semplice quotidianità scandita dai ritmi delle stagioni.

Tashunka era solo un ragazzino quando fece ritorno al suo accampamento e lo trovò sterminato. Imparò presto a diffidare degli uas’ ichu, “i ladri di grasso”, come venivano appellati (giustamente) i colonizzatori del continente nordamericano, che facevano promesse puntualmente tradite, uomini senza onore, senza rispetto, senza dignità.

Questo ragazzo crebbe e divenne un uomo che si sentì chiamato a lottare con tutte le sue forze per difendere la sua terra e il suo popolo da un usurpatore impietoso e sleale, fino all’ultimo respiro. Anche quando fu consapevole dell’inevitabile disfatta, perché non era né sciocco né cieco, riuscì a radunare tutti i clan Lakota per quella che passò alla storia come la più grande battaglia e disfatta americana in tutti quegli anni di guerra. Little Big Horn fu una vittoria, agli occhi di molti, ma sono certa che lui fosse consapevole che il loro destino di popolo libero era ormai segnato. Fu però una piccola rivalsa, per tutti i loro morti profanati, per tutti i famosi patti disattesi, per lo sterminio dei bisonti che li stava riducendo alla fame. Fu il canto del cigno.

Tashunka Uitko era un grandissimo guerriero, il suo carisma nasceva dalla fedeltà nella sua missione. Egli si sentiva investito di un compito. Quando era turbato o sofferente, si ritirava sulle montagne sacre, le Paha Sapa, dimora del Grande Mistero, e attendeva un segno, che poteva anche non arrivare. Non è mai stato un capo tribù ma tutti lo onoravano e lo seguivano, per il coraggio e la fede che mostrava. Purtroppo, la sua sorte, racchiusa proprio nella stessa visione che l’aveva consacrato, è tragica e amara. Non si può proprio restare indifferenti al tradimento di quest’uomo che aveva dignità, onore, rispetto, tutto quello che all’uomo bianco mancava. Sembra una storia destinata a ripetersi in eterno. Cavallo Pazzo era un uomo di pace costretto a fare la guerra, a difendere con tutte le sue forze l’unico modo di vivere che conosceva, che mai avrebbe rinnegato. Anche alla fine, quando giurò che non avrebbe mai più combattuto, e ridotto ad un profugo sulla sua terra insieme a quei pochi che restavano dei suoi Oglagla affamati e stremati dopo l’ennesimo vile attacco, entrò nella riserva dove la maggior parte dei capi tribù aveva già accettato di rinchiudersi; quando proprio dal suo stesso popolo per meschina invidia fu tradito, Tashunka accettò con dignità il suo destino, abbracciò la sorte che il grande Spirito aveva deciso per lui con la consapevolezza di aver fatto il possibile, da uomo che ha sbagliato e continuato a tentare fin quando ha potuto.

Il grande Cavallo Pazzo morì trafitto alla schiena, colpito alle spalle da un vigliacco che altro non era. Ma sono certa che lui se l’aspettava, aveva già capito tutto. E comunque, il suo spirito vive e vivrà sempre. E ogni volta che qualcuno gli renderà il giusto onore raccontando la sua storia, vivendola attraverso il ricordo di quei terribili anni, soffrendo per le ingiustizie subite da ogni popolo annientato in nome di una presunta “civiltà”, mi piace pensare che lui lo sappia e magari gli sorrida e con il verso di un falco gli porti il suo saluto.

Perché gli spiriti non dimenticano.