La voce delle cose perdute

Chi l’ha detto che le favole sono soltanto per bambini? Questo romanzo, d’esordio tra l’altro, è una storia che d’incanto ne ha da vendere.

Un bambino speciale, un negozio di dolci e un libro magico da ritrovare: questi sono gli ingredienti di una trama che mi ha fatto sognare, immalinconire e trepidare tutto il tempo.

La ricerca del piccolo Walter si trasforma in un percorso di consapevolezza e di crescita e, infine, di rinascita. Giunti all’epilogo ho gioito con lui e ho girato l’ultima pagina con un sorriso.

Sophie Chen Keller ha indubbiamente la stoffa per regalarci tanti bei libri in cui perderci.

Consigliatissimo, dunque, a chi ha voglia di sognare un po’, tornando per un attimo bambino e a chi ama i racconti che lasciano addosso una bellissima sensazione di positività.

Gli spiriti non dimenticano

Mi è difficile parlare di questo libro senza sentirmi profondamente toccata dallo sdegno e dall’orrore che provo per le colonizzazioni, di qualsiasi epoca; ma non sono qui per i miei sproloqui sulla cecità di noi “visi pallidi”, vili calpestatori di millenarie culture.

Il mio compito, oggi, è di raccontarvi, brevemente, una storia. La vita di un uomo fuori dal comune, il cui nome è divenuto leggenda. Il mondo lo ricorda come Cavallo Pazzo, ma il suo nome, forse-perché quando si tratta di lui, nulla è certo- era Tashunka Uitko. Un uomo come noi, che è stato bambino in una terra impregnata di magico mistero, dove la vita non era mai facile ma trascorreva anche lieta, nella sua semplice quotidianità scandita dai ritmi delle stagioni.

Tashunka era solo un ragazzino quando fece ritorno al suo accampamento e lo trovò sterminato. Imparò presto a diffidare degli uas’ ichu, “i ladri di grasso”, come venivano appellati (giustamente) i colonizzatori del continente nordamericano, che facevano promesse puntualmente tradite, uomini senza onore, senza rispetto, senza dignità.

Questo ragazzo crebbe e divenne un uomo che si sentì chiamato a lottare con tutte le sue forze per difendere la sua terra e il suo popolo da un usurpatore impietoso e sleale, fino all’ultimo respiro. Anche quando fu consapevole dell’inevitabile disfatta, perché non era né sciocco né cieco, riuscì a radunare tutti i clan Lakota per quella che passò alla storia come la più grande battaglia e disfatta americana in tutti quegli anni di guerra. Little Big Horn fu una vittoria, agli occhi di molti, ma sono certa che lui fosse consapevole che il loro destino di popolo libero era ormai segnato. Fu però una piccola rivalsa, per tutti i loro morti profanati, per tutti i famosi patti disattesi, per lo sterminio dei bisonti che li stava riducendo alla fame. Fu il canto del cigno.

Tashunka Uitko era un grandissimo guerriero, il suo carisma nasceva dalla fedeltà nella sua missione. Egli si sentiva investito di un compito. Quando era turbato o sofferente, si ritirava sulle montagne sacre, le Paha Sapa, dimora del Grande Mistero, e attendeva un segno, che poteva anche non arrivare. Non è mai stato un capo tribù ma tutti lo onoravano e lo seguivano, per il coraggio e la fede che mostrava. Purtroppo, la sua sorte, racchiusa proprio nella stessa visione che l’aveva consacrato, è tragica e amara. Non si può proprio restare indifferenti al tradimento di quest’uomo che aveva dignità, onore, rispetto, tutto quello che all’uomo bianco mancava. Sembra una storia destinata a ripetersi in eterno. Cavallo Pazzo era un uomo di pace costretto a fare la guerra, a difendere con tutte le sue forze l’unico modo di vivere che conosceva, che mai avrebbe rinnegato. Anche alla fine, quando giurò che non avrebbe mai più combattuto, e ridotto ad un profugo sulla sua terra insieme a quei pochi che restavano dei suoi Oglagla affamati e stremati dopo l’ennesimo vile attacco, entrò nella riserva dove la maggior parte dei capi tribù aveva già accettato di rinchiudersi; quando proprio dal suo stesso popolo per meschina invidia fu tradito, Tashunka accettò con dignità il suo destino, abbracciò la sorte che il grande Spirito aveva deciso per lui con la consapevolezza di aver fatto il possibile, da uomo che ha sbagliato e continuato a tentare fin quando ha potuto.

Il grande Cavallo Pazzo morì trafitto alla schiena, colpito alle spalle da un vigliacco che altro non era. Ma sono certa che lui se l’aspettava, aveva già capito tutto. E comunque, il suo spirito vive e vivrà sempre. E ogni volta che qualcuno gli renderà il giusto onore raccontando la sua storia, vivendola attraverso il ricordo di quei terribili anni, soffrendo per le ingiustizie subite da ogni popolo annientato in nome di una presunta “civiltà”, mi piace pensare che lui lo sappia e magari gli sorrida e con il verso di un falco gli porti il suo saluto.

Perché gli spiriti non dimenticano.

La metà di niente

  • La metà di niente, di Catherine Dunne
  • Ed. Guanda
  • Pag. 304

Questa è la storia di una donna, di una moglie, di una madre, che ristagna nel quotidiano vivere dimenticando sempre di più se stessa. Fino al giorno in cui, di punto in bianco, suo marito fa le valigie e se ne va. La lascia lì, in cucina, mentre prepara le uova per l’ennesima colazione.

Dopo lo shock iniziale Rose è costretta a fare i conti con la realtà, una realtà che non permette che lei se ne resti inerme a piangere: tre figli a cui pensare è un motivo più che valido per rimboccarsi le maniche fin da subito e scoprire di avere quella forza immane che tutte le donne hanno, soprattutto le madri.

C’è poco tempo per Rose per commiserare il suo matrimonio finito, il bello è che scoprirà di aver vissuto addormentata per lungo, lungo tempo, fingendo di avere una vita che tanto perfetta invece non era. Attraverso l’abbandono del marito, in piena crisi di mezza età, lei riscopre se stessa, ricorda com’era e quello a cui ha rinunciato per un uomo che si è rivelato mediocre e meschino.

La forza di Rose è travolgente, è impossibile non fare il tifo per lei. Quando si rende conto di non essere altro che “la metà di niente” in un rapporto che non è stato mai alla pari, è come se l’armatura in cui fosse costretta si rompesse, lasciandola finalmente libera di respirare e tornare ad essere lei, Rose, madre di tre meravigliosi figli e donna in grado di gridare al mondo: questa sono io e ce la farò.

La metà di niente è il romanzo d’esordio di questa straordinaria scrittrice che è Catherine Dunne, un esordio veramente strepitoso.

Una lettura che consiglio assolutamente, soprattutto alle donne un po’ stanche e scoraggiate, per ricordare loro quanta forza abbiamo dentro, pronta a uscire se solo glielo permettiamo.

Gambetto veneziano

Ho apprezzato molto la lettura di questo romanzo, la sua curata ambientazione storica e l’azione che riesce a catturarti nella lettura fino all’ultima pagina. Quattro i protagonisti, che per caso si ritrovano a diventare compagni di vita e d’avventura: Lavinia, ragazza del mistero; Orfeo, geniale musico; Romano, ex-soldato e baro; e Bonifacio, un simpatico furfante. Sullo sfondo, l’Italia del XVII secolo.

La nostra storia inizia in una taverna, dove Bonifacio fa il suo ingresso in cerca di ristoro e Romano, assieme al giovane nipote Michele, è intento a “spennare” uno sprovveduto a carte. Orfeo si sta esibendo nell’arte in cui è maestro, e una vecchia strega (in verità una splendida ragazza) si avvicina al bancone mendicando qualche moneta. L’azione entra subito nel vivo in seguito al rifiuto del malcapitato giocatore di pagare il dovuto per la perdita della partita: egli si ripresenta nella locanda accompagnato da alcuni bravi che uccideranno il ragazzo e in seguito alla colluttazione i quattro, stretti in involontario sodalizio, si vedranno costretti a prender la fuga.

Orfeo, ex musico alla corte del duca di Mantova, riesce a rientrarne nelle grazie in merito all’amore che ancora lo lega alla duchessa; portando con sé quelli che ormai sono diventati i suoi compagni. Qui facciamo la conoscenza di un personaggio esilarante: il duca stesso. L’autore ha saputo renderne perfettamente la vanagloria e la vigliaccheria e difficilmente si potrà resistere all’impulso di ridere di lui. La duchessa, d’altro canto, è una donna forte e pragmatica e anche se nello svolgersi della trama rivestirà un ruolo secondario, s’intuisce molto bene che sarà in grado di affrontare le conseguenze delle azioni dello sconsiderato consorte. Durante la fuga di questo incapace governante in cerca di protezione a Venezia, l’avventura dei nostri avrà ufficialmente inizio: salperanno in direzione dell’isola di Candia per recuperare un’antica Bibbia, particolarmente cara al Doge. Tra rocambolesche vicissitudini, riusciranno a far ritorno beffandosi del duca e del Doge stesso.

La minuziosa ricostruzione storica non appesantisce minimamente lo svolgersi della storia, anzi le fa da cornice in maniera ineccepibile. I personaggi sono delineati con attenzione e cura e se ne può facilmente intuire lo spessore: Romano, ad esempio, presentato come ex mercenario e baro, si rivela un uomo di principi, anche inaspettatamente gentile, e avanzando nelle pagine ci accorgiamo del suo codice morale. Il duca, abbandonando il suo popolo e la sua consorte senza riguardo alcuno, viene mostrato in tutto il suo infantilismo e nella sua dubbia moralità. La contessa, al contrario, non si scoraggia, sa godere del presente senza angosciarsi eccessivamente per il futuro, con l’intima consapevolezza nelle proprie capacità. La forza di Anna Isabella fa da contrappunto alla debolezza del marito, una dinamica molto ben delineata e riuscita. Bonifacio, nel corso dell’azione, si rivela pieno di inaspettate risorse e Orfeo inaspettatamente capace di un amore appassionato e cortese.

Resta la curiosità per la figura di Lavinia, di cui l’autore ci racconta quel poco che basta per alimentare la nostra curiosità e farci sperare, in futuro di ritrovarla ancora.