Martina Dei Cas

E’ un grande onore e un immenso piacere ospitare sul mio blog Martina Dei Cas:

Laureata in Giurisprudenza ad indirizzo transnazionale all’Università di Trento con una tesi in diritto penale comparato dal titolo “Le fattispecie penali in tema di femminicidio nei Paesi dell’America Latina”, lavora come addetta stampa per Trentino Sviluppo, l’agenzia per lo sviluppo del territorio della Provincia autonoma di Trento. Giornalista pubblicista, collabora con il Corriere del Trentino e il bimestrale pro.di.gio. Insignita dal Presidente della Repubblica del titolo di Alfiere del Lavoro nel 2010 e nominata dal Centro Internazionale per le Ricerche e gli Studi Interculturali di Trieste Giovane ambasciatrice dell’interculturalità 2011, ama viaggiare, scrivere e raccontare le storie di popoli apparentemente lontani, ma vicini a noi nel cuore, nei valori e nella voglia di dignità e riscatto. Due esperienze di volontariato internazionale in America Centrale sono state fonte d’ispirazione per i suoi romanzi “Cacao amaro” (2011) e “Il quaderno del destino” (2015), grazie ai cui diritti d’autore è nato il progetto “Un libro per una biblioteca”, volto a fornire materiali didattici ai bambini e ai ragazzi del Nicaragua rurale, affinché possano continuare a studiare e a lottare per realizzare i loro sogni. Da un reportage in Guatemala è nato, nel 2019, il libro “Angelitos”, la storia vera – patrocinata dal Centro per la Cooperazione Internazionale di Trento e da Amnesty International Italia – di Angelito Escalante, rapito da scuola e ucciso nel 2015 a undici anni da una banda di strada composta da ragazzini poco più grandi di lui, per essersi rifiutato di entrare nella gang e sparare a un autista come rituale di iniziazione. Dal 2016, è ideatrice e curatrice del Premio Giuseppe Melchionna, un concorso artistico-letterario che ogni anno raduna a Trento un centinaio tra poeti, scrittori e fotografi provenienti da tutta Italia con l’obiettivo di superare le barriere architettoniche e culturali che ancora circondano le persone disabili e le loro famiglie. Dal 2018 è direttrice della rivista storico-culturale “I Quattro Vicariati e le zone limitrofe” del Comune di Ala. 

Tutto questo e molto di più è Martina, e chi ha avuto modo di leggere i suoi libri sa quanta forza e quanta passione questa giovane donna trasmette al mondo e quanto sia disponibile e gentile con il prossimo.

Eccola dunque qui, a rispondere alle mie domande:

Martina, io ti ho conosciuta grazie ad Angelitos, dove racconti la tragica condizione della gioventù guatemalteca; so che sei andata addirittura sul posto a raccogliere le testimonianze per scrivere il tuo libro: com’è stato l’impatto con una realtà così diversa?

Io sono arrivata in Guatemala nell’agosto 2017. Prima ero stata tre volte – rispettivamente nel 2011, 2013 e 2016 – in Nicaragua. Sicuramente l’impatto con la realtà centroamericana è stato forte. Vedere con i miei occhi quante persone vivono senza quei comfort che per noi sono assolutamente scontati, come l’acqua potabile e la corrente elettrica in casa, le strade asfaltate, l’illuminazione pubblica e l’accesso all’istruzione elementare, mi ha intristito e indignato. Soprattutto comparando quella diffusa situazione di difficoltà con quella delle poche famiglie benestanti della zona, che invece abitavano in appartamenti modernissimi e avevano un tenore di vita alto.

Cosa ha spinto una giovane italiana a voler dar voce a tanti bambini e ragazzi che una voce non ce l’hanno, perché praticamente sono sconosciuti al mondo?

Il desiderio di tener fede a una promessa. In Centroamerica ho trovato tanta dignità e anche una grande consapevolezza dei propri limiti oggettivi. Le persone erano ospitali, curiose e spesso mi dicevano “Il mio corpo non arriverà mai in Europa, ma l’essenza del mio popolo attraverso di te potrebbe farlo. Perciò, racconta ai tuoi cari come viviamo. Spiega loro che non parliamo italiano bensì spagnolo e al posto della pasta mangiamo il riso e i fagioli, però i nostri sogni, i nostri valori e le nostre paure sono molto simili ai vostri”. E così, tornata in Italia, ho iniziato a scrivere, per raccontare quanto le vicende che accadono dall’altra parte del mare siano in realtà molto più simili alle nostre di quanto pensiamo.

Sei più tenace o più ottimista? Ti è mai capitato di scoraggiarti sentendo magari di aver intrapreso una strada difficile, percorsa da pochi?

Direi che sono una realista con la testa dura. Quando le persone mi chiedono perché non abbia scelto di scrivere una storia tutta italiana o mi dicono che anche qui ci sono tanti problemi sinceramente mi innervosisco. Penso che ogni ingiustizia debba essere denunciata a prescindere da dove accade, per evitare che si ripeta, lì o altrove. Perché nessun Paese è un porto sicuro. La prima volta che ho cercato la parola “baby gang” su Google, ormai cinque anni fa, comparivano soltanto articoli riferiti agli Stati Uniti, all’America Latina o agli slum africani. L’altro giorno questo vocabolo è apparso sul quotidiano locale della mia cittadina, Rovereto in Trentino. Credo che conoscere i fenomeni che accadono in luoghi lontani non significhi essere poco ancorati alla realtà o ciechi di fronte ai problemi del proprio intorno, ma sia un modo per prendere delle precauzioni ed essere preparati a intervenire per evitare che si ripetano anche nei luoghi che amiamo.

Quanto conta il sostegno degli affetti in quello che fai?

È l’antidoto allo scoraggiamento di cui sopra. I miei libri non sarebbero nati senza il supporto dei miei genitori che mi hanno cresciuta nella convinzione che con tanto impegno ogni sogno si può realizzare, o almeno bisogna provarci. Mi hanno lasciata partire per l’altra parte del mondo appena diciannovenne. A quei tempi in Nicaragua c’era pochissima copertura Internet, per cui passavano intere giornate senza poterci sentire. So che erano preoccupati, ma non me l’hanno mai fatto pesare, perché sapevano quanto quell’esperienza fosse importante per me. E poi ci sono i miei lettori, che sono il mio carburante. Alcuni, in questi anni, si sono trasformati in amici. Una, Virginia, è diventata addirittura la mia “abuelita”, la mia nonna adottiva. E questo legame è uno dei regali più belli che mi ha fatto la scrittura.

Hai stretto delle collaborazioni con alcune associazioni? Ce ne puoi parlare?

Grazie all’affetto di tanti lettori e ad alcuni premi letterari vinti con i libri, è nato il microprogetto “Un libro per una biblioteca” per fornire materiali didattici ai bambini e ai ragazzi del Nicaragua rurale. La mia collaborazione più grande è però con le scuole italiane. “Cacao amaro”, “Il quaderno del destino” e “Angelitos” sono diventati infatti testi per l’ora di narrativa, di educazione civica o di spagnolo in diversi istituti. E ogni volta che i professori mi invitano per chiacchierare con i loro studenti di lettura, scrittura, viaggi e diritti umani mi si apre il cuore. Ricevo tante domande, sempre diverse, curiose e profonde. Alcuni mi regalano recensioni, disegni o poesie dedicate ai miei personaggi. Confrontarmi con la loro sensibilità e il desiderio di conoscere andando oltre i pregiudizi mi fa ben sperare per il domani che verrà.

Che consiglio daresti a chi vuole fare qualcosa di concreto per aiutare il prossimo?

Di essere se stessi, sempre. Di non aver paura di fare domande, anche se sono scomode, né di cominciare. Perché come dicono gli indigeni “E’ solo goccia dopo goccia che si perfora la roccia”. Perciò è meglio un’azione microscopica rispetto all’inazione.

Hai dei progetti in cantiere per il prossimo futuro, magari un altro libro?

Il progetto principale è quello legato all’hashtag #inviaggioconAngelito ovvero al portare in quante più scuole, biblioteche e associazioni possibile – anche in forma virtuale a causa della pandemia – la storia ordinaria e al tempo stesso unica di Angelito e dei tanti come lui che ogni giorno rischiano la propria vita o addirittura la perdono per dire basta alla violenza. E poi sì, mi piacerebbe continuare a scrivere storie apparentemente lontane, ma in realtà più vicine a noi di quanto crediamo. Vediamo se ci riuscirò!

Non mi resta che invitarvi a seguire Martina e a leggere i suoi libri, per sostenere i progetti in cui è impegnata!

Angelitos

Questo è un piccolo libro, avrei potuto leggerlo tutto d’un fiato, ma non è una lettura facile né un racconto che, girata l’ultima pagina, si dimentica.

Angelito aveva 12 anni quando è stato gettato da un ponte di 125 mt dopo essersi rifiutato di sparare a un autista di bus, che vi transitava sopra, per essere iniziato alla mara guatemalteca. Martina Dei Cas ha donato al mondo l’opportunità di conoscere la storia di questo bambino, che sognava di fare l’architetto, della sua famiglia, delle condizioni in cui è costretto chi ha la sfortuna di vivere dalla parte sbagliata del mondo o talvolta soltanto di una città o di un quartiere.

Ti si spacca il cuore a leggere queste pagine e ti dici che sì, l’inferno esiste ed è su questa terra. Si fa fatica a raccontare la lotta per conservare la propria integrità e umanità in un luogo che fa di tutto per portartela via e la rassegnazione che spesso traspare da chi è semplicemente stanco di lottare perché non ne ha le forze, perché è già difficile procurarsi da mangiare e il solo sopravvivere.

La verità è che «anche se tu riesci ad abbandonare la strada, la strada non abbandonerà mai te».

Fortunatamente, qui ci sono anche angeli che ogni giorno, lottando contro la violenza, il cieco odio, la vendetta e l’omertà, cercano di salvare quante più anime possibili, sapendo che anche una soltanto che ci riesce, dona la forza di rialzarsi ad altre cento. Scopriamo così l’esistenza del Mojoca “la prima organizzazione di auto-mutuo aiuto per ragazzi di strada di Città del Guatemala” presente da anni sul territorio, che avvicina ragazzi e ragazze che vivono in strada, aiutandoli a sfuggire dalle mani della malavita, lottando contro i pregiudizi e le discriminazioni che infestano le istituzioni e impediscono a chiunque voglia riscattarsi di poterlo fare.

Grazie a Gerard Lutte, suo fondatore, e a quanti ogni giorno collaborano con lui, Martina ha conosciuto Luis, il padre di Angelito, e la storia di suo figlio ha potuto essere ascoltata e diffusa anche in Europa, dove la sua morte era vergognosamente passata inosservata.

Ora sta a noi lettori continuare a far si che il mondo conosca e non dimentichi perché:

Nessuna persona muore davvero finché la sua voce riecheggia sulle labbra e nei gesti di coloro che restano.