Confrontarsi con l’ignoto

“Il momento più solitario nella vita di qualcuno è quando vede come si distrugge il proprio mondo, e l’unica cosa che può fare è guardare fisso”

F. Scott Fitzgerald
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Se la scossa della pandemia non è bastata, quella della guerra metterà in ginocchio i pochi che ancora si reggevano a stento sulle proprie precarie certezze.

Osservare le diverse reazioni della gente di fronte a catastrofi destabilizzanti offre lo spunto a diverse riflessioni: chi continua con il solito tran tran come niente fosse, è qualcuno in negazione, non è affatto toccato dall’evento o è talmente in pace con se stesso da non temere l’idea di una morte improvvisa (e ingiusta)?

Dicono che la paura della morte sia direttamente proporzionale alla capacità di sentire che la propria vita ha un senso.

Io ho il terrore, della morte. Sono arrivata alla soglia dei cinquanta eppure di fronte all’incertezza massima di questi giorni tutto ciò che sento dentro è panico e rimpianto per non aver saputo vivere.

Il senso della vita qualche fortunato lo trova subito, qualche altro ce l’ha da sempre. E poi c’è chi, come me, lo cerca da tempo immemore e proprio per questo, forse, non lo trova.

Non si tratta di voler fare la differenza, ma di avere quella serenità della mente che ti permette di dire: ho fatto quel che ho potuto.

Io me lo ripeto spesso, ma non basta. È come conoscere a memoria una lezione senza saperla elaborare propriamente. La ripetizione a pappagallo di cose lette e rilette, che altri hanno detto e scritto perché provate; ma non si può inventare un sentimento, un’emozione, un’esperienza.

Questo blog è diventato un contenitore di deliri, ma perdonatemi. Non era nato con questo intento. Però ha la sua funzione terapeutica, il ché male non fa.

E mentre si spera nella pace armandosi fino ai denti (un controsenso, no?), l’incertezza ci sovrasta tutti, democratica e letale.