Marche stregate

Durante i terribili anni oscurantisti della caccia agli eretici e alle streghe, le Marche, regione pontificia per eccellenza, appiccarono meno roghi del resto d’Italia e d’Europa, potendo contare su una popolazione alquanto bigotta e morigerata.

Le streghe tanto odiate dalla Chiesa erano prevalentemente donne che si tramandavano le conoscenze delle erbe, con le quali rimediavano a molti disturbi e mali minori. Molte, però, erano anche in possesso di qualche particolare dote che le rendeva capaci di togliere malocchio e invidia. Alcuni si rivolgevano a loro, sapienti erboriste, addirittura per la preparazione di filtri, sovente d’amore, ma per lo più la loro opera era di cura.

Queste donne quasi sempre conducevano una vita solitaria e già solo per questo erano guardate con sospetto. L’ipocrisia del volgo ne faceva perfetti capri espiatori per tutto ciò che di male capitava al villaggio; infatti era praticamente consuetudine che proprio chi a loro si rivolgeva fosse il primo a denunciarle al Santo Uffizio.

Questo libro raccoglie la storia della stregoneria marchigiana impreziosita da diverse testimonianze di anziani che ne serbano tutt’oggi la memoria. D’altronde, anche se i roghi ecclesiastici si sono spenti da secoli, essi non sono riusciti a estirpare da queste terre come dal resto del mondo, le antiche conoscenze che ancora sopravvivono e vengono trasmesse o recuperate laddove un passaggio di testimone non sia possibile.

Orami le streghe non incutono più timore quasi a nessuno eppure persiste una superstizione figlia di tutto l’orrore che permea la coscienza collettiva di quel buio passato.

Le Marche stregate è un’opera preziosa per la conservazione delle tradizioni popolari e senza alcun dubbio una lettura illuminante che ci permette di comprendere come certi atteggiamenti e schemi di pensiero delle masse siano sostanzialmente identici oggi come un tempo.

In fondo l’umanità cerca sempre qualcuno di “diverso” sul quale far ricadere tutte le proprie colpe. Ieri è toccato alle streghe, oggi allo “straniero” o, più in generale, a chiunque emerga dal gregge per anticonvenzionalità e non allineamento al dogma di turno.

Arathia

Arathia, di Enrico Tassetti. Giaconi editore. A breve in una nuova edizione.

Non vorrei sembrare di parte lodando Enrico Tassetti solo perché è mio concittadino, io ADORO veramente ciò che scrive e COME lo scrive. Quella di Tassetti potrebbe essere considerata un opera in quattro volumi, dato il filo conduttore che lega i romanzi “La porta dell’Angelo”, “Il segreto della Sibilla pastora”, “Arathia” e “L’ultimo canto”.

Io ho avuto il piacere di leggerne tre, e sono in trepida attesa di una ristampa del primo. Non importa in quale ordine ci si accosti a loro, il coinvolgimento e l’emozione è sempre tale da renderne ognuno un’avventura meravigliosa, di cui è semplice ricollegare i nessi.

Oggi vi parlo di Arathia, romanzo del 2018 edito da Giaconi editore di cui a breve uscirà una nuova versione.

Come in ogni storia narrata da Tassetti, tra le pagine si respira un’avvincente atmosfera alla Dan Brown, per intenderci. Siamo coinvolti fin da subito, quasi catapultati nella vicenda, a fianco dei protagonisti. Mentre avanziamo tra le pagine, la trama che pian piano si svela risveglia nel cuore antichi ricordi sopiti. Stiamo leggendo un libro e contemporaneamente stiamo riportando alla luce qualcosa che giace sotto la polvere di innumerevoli secoli, un segreto meraviglioso che troppo a lungo è stato celato al mondo.

Se ci si mette in ascolto e ci si lascia trasportare dal mistero che permea la storia, possiamo sentirne l’eco riverberare in noi e stupirci con il suo incanto.


Tra le pagine di Arathia si svolge una lotta la cui origine si perde nella notte dei tempi: quella tra le streghe bianche, sacerdotesse della Madre, e le streghe nere, votate al caos e alla distruzione . In un magico viaggio nelle Marche, terra magica dei monti Sibillini, veniamo a conoscenza di antichi rituali Etruschi, di mistificazioni e sortilegi, di vite immolate per proteggere qualcosa dall’inestimabile valore.

La prosa di Enrico è magnetica, una volta entrati nel mondo racchiuso dalle sue parole non si vorrebbe più uscirne nemmeno alla parola “Fine”. Ma il bello di Arathia, come degli altri suoi romanzi, è che giunti all’epilogo, si chiude il libro con un sorriso e il cuore caldo di speranza e gratitudine. Storie così belle sono doni preziosi da conservare tra i ricordi più cari.