L’ATTACCAMENTO ALLA QUIETE

Articolo di Buddhismo Theravada Italia

Se riesci a lasciar andare la pace mentale che hai sperimentato, potrai anche lasciar andare ciò che ti disturba. Ma chi vorrebbe mai lasciare andare la pace? Tuttavia, bisogna lasciarla andare. Non mollare la presa significa afferrarsi strettamente. Attaccarsi alla tranquillità è in contraddizione con le parole del Buddha. Ritorna alla tua vita piena di sofferenza, e osserva se la accetti o la rifiuti. Cosa è corretto, accettare o rifiutare? Accettare l’amarezza della vita è praticare correttamente.

Rifiuti qualcosa perché ti fa sentire esausto. Ti senti esausto perché sei attaccato alla tranquillità. Ora capisci qual è la debolezza? Perché ti sei attaccato alla pace? Finché ti aggrappi alla pace, continuerai a trattenere anche quello sfinimento dovuto alla brama, all’avversione e all’odio, come contraltare.

Ora, cosa bisogna fare per eliminare bramosia e rabbia, per essere liberi per l’eternità? Abbiamo bisogno di una libertà eterna. Quindi lascia andare la pace. Questa è la via per la libertà. Ora ti sarà chiaro cos’è che ti blocca nella vita. Se la nostra saggezza non è abbastanza ampia, ad un certo punto della nostra ci sentiremo bloccati.

Non farti intrappolare dalla tranquillità in nessun momento, mentre percorri il sentiero per il Nirvana.

La tua mente è molto astuta. La mente crea una pace per bloccare il tuo percorso. La mente pensa ”ora Lui/Lei si sbarazzerà del Samsara. Cosa devo fare per fermarlo? devo creargli una pace a cui si attacchi per molto tempo”.

Anche in uno stato di pace, cosa proveresti a lungo termine? Esattamente la stessa bramosia, la stessa avversione e lo stesso odio. Rifletti sul fatto che ciò che abbiamo fatto fino ad ora è stato scambiare una cosa con un’altra, nei momenti di noia. Quando ti annoi, ti afferri a qualcos’altro di diverso da ciò che hai.

Ma a cosa conduce questo scambio? Unicamente allo sfinimento. Ciò è completamente sbagliato e non ti porterà mai al Nirvana.

La saggezza di un albero

Condivido questo bellissimo articolo sulla saggezza di un albero, dal punto di vista buddhista.

L’albero è saggio perché indirizza le sue radici nel terreno e evitando ostacoli o zone di terreno che possono essere nocive alla sua salute, ad esempio rocce oppure agglomerati di funghi parassiti. Gli alberi sanno come riuscire a non compiere azioni dannose per se stessi. Questo è saggio discernimento.
L’albero è ospitale perché permette ai muschi e licheni di stabilirsi sul suo tronco. Essi hanno bisogno solo di aria e di un pò di umidità per sopravvivere e non sono nocivi per l’albero stesso. Questa è la virtù della generosità.
L’albero è caparbio perché anche se colpito da un fulmine rimane vivo e cerca in tutti i modi di produrre nuovi rami e fogliame per continuare a vivere. Non si lascia abbattere dalle difficoltà della vita. Questo è lo sforzo entusiastico.
Il ceppo di un albero tagliato ci mostra i suoi anelli che ci raccontano la storia del tempo atmosferico e il susseguirsi delle stagioni del posto in cui ha vissuto attraverso lo studio delle loro caratteristiche (larghezza, colore, numero). Gli alberi centenari ci insegnano tante cose… e questa è la virtù della saggezza
L’albero è utile perché la sua presenza e quella delle sue radici stabilizzano e rinsaldano il terreno assorbendone l’acqua e rinforzando strutturalmente la terra stessa. Questo è altruismo
I rami più bassi di un abete o un pino spesso sono secchi: queste piante sono caratterizzate dall’avere una folta chioma e un tronco lunghissimo. L’albero è in grado di capire che i rami più bassi e le loro foglie ad un certo punto non sono più utili perché ricevendo poca luce non riescono più a compiere la fotosintesi e cessano di dare il loro contributo energetico all’intera pianta, anzi la sottraggono inutilmente. Allora l’albero li fa seccare e poi cadere. Questa è la pratica del lasciare andare