Liberarsi dall’infanzia

«Non ci si può liberare dell’infanzia senza averne prima affrontato il problema molto a fondo, ciò che si sa già da lunga data grazie alle indagini di Freud. Una conoscenza solamente intellettuale non serve a nulla; efficace è soltanto un ricordare che sia anche un “rivivere”.

Nel rapido susseguirsi degli anni e nel flusso tumultuoso della scoperta del mondo, molto rimane irrisolto, in sospeso. Da ciò non ci si “libera”, ci si “allontana” soltanto. Ritornando dunque, più tardi, ai ricordi d’infanzia, vi si trovano frammenti ancor vivi della propria personalità che si attanagliano, si avvincono a noi, ci permeano del sentimento degli anni passati. Quei frammenti sono però ancora fermi a uno stato infantile, sono quindi forti e immediati. Soltanto dopo essere stati congiunti alla coscienza adulta possono perdere il loro aspetto puerile e venire corretti. Questo “inconscio personale” deve sempre essere in primo luogo liquidato, risolto, portandolo a coscienza, perché in caso contrario non si può dischiudere l’accesso all’inconscio collettivo.»

C. Jung

Prendo spunto da questa ennesima citazione di Jung per parlarvi un po’ del mio percorso analitico. Iniziato a 45 anni e mezzo, va avanti ormai da circa 18 mesi. Non vi racconterò che è una passeggiata tra i fiori, secondo me più vai avanti con gli anni più melma hai da lavare. Però vi dirò che è assolutamente catartico. Spesso dolorosamente, sì, ma in fondo benefico come nient’altro al mondo.

Ovviamente serve una grande determinazione a conoscersi, a capirsi e a imparare a convivere con se stessi. Non mi sorprende che molti abbandonino la terapia quando il carico emotivo da gestire diventa troppo ingombrante.

Poi, ovviamente, dipende dallo specialista che ti sei scelto. Tra le tante diverse specializzazioni è veramente difficile riuscire a capire chi può fare al caso tuo.

Io sono stata fortunata. Ho puntato su una junghiana e mi sono imbarcata in quest’ avventura un po’ estrema a volte, ma che mi ha veramente permesso di dire “ecco chi sono!”. Ma, soprattutto “ahhh, non ero così come pensavo!!”.

Anche se il concetto di Io e andrebbero chiariti a parte (e non ho le capacità adatte per farlo), portare alla luce un aspetto del proprio essere, permettersi di riconoscere una parte di se stessi, è una sensazione unica. Ci si sente più solidi, più “veri”. Ma la cosa più bella è guardarsi con nuovi occhi, pensarsi con nuovi pensieri. Poi resta sempre, a seconda dei traumi e dei casi, un lavoro incessante da fare sui propri trigger, su tutto quello che ci scatena delle risposte emotive incontrollate ed è estremamente deleterio per noi.

La necessità di scavare nell’infanzia, di rivivere a volte ricordi penosi, fa parte della guarigione. Che non può avvenire se non si prende atto delle ferite presenti. Il problema è che il nostro inconscio non sempre collabora, perché è impegnato a difenderci dal dolore e per farlo mette in atto negazioni, finti ricordi, oblio.

Per questo sconsiglio a chiunque di affidarsi al fai da te, ai video su YouTube o ai guru che promettono miracoli. Serve uno che sappia dove mettere le mani, che ti guidi lungo il percorso e ti aiuti a capire ed elaborare tutto il marasma che si scatenerà.

Se li hai sempre chiamati “i tuoi demoni” ci sarà una ragione. O magari non sapevi neanche di averne e lo shock è ancora maggiore.

L’unica via per l’alba è attraversare la notte, no? Basta farlo con la giusta compagnia.

L’importanza di dare un senso

Le cose di per sé non significano nulla, assumono un significato soltanto dentro di noi. Siamo noi a dare significato alle cose. Il significato è ed è sempre stato artificiale. Siamo noi a crearlo.
Cerchiamo dunque in noi stessi il significato delle cose affinché la via di quel che ha da venire possa palesarsi e la nostra vita continui a scorrere.

Carl Gustav Jung

Ci sono persone che vivono tutta la vita senza mai farsi una domanda, senza interrogarsi mai sul senso della loro esistenza.

Ci sono altre che passano tutta la vita a farserle, queste domande. Domande a cui non c’è una risposta universale perché quella giusta per noi è proprio in fondo a noi stessi che si cela.

Io mi sono interrogata molto sul senso della mia vita e non posso dire di averlo trovato. Però se vado avanti invece di arrendermi a un nichilismo spietato è perché dentro di me c’è ancora una piccola fiamma di speranza che continua ad ardere, che nonostante tutto non si è spenta.

Se bastasse l’impegno per farci ottenere ciò che vogliamo a quest’ora avrei tutte le mie risposte e magari chiederei 250€ per un consulto che impari agli altri a vivere ( giuro, conosco gente che lo fa!).

Ma io non sarò mai capace di questo. Tra l’altro, ho sempre pensato di non aver assolutamente niente da insegnare al mondo perché io stessa non smetterò mai d’imparare.

Ascoltami, Anima.

Dal Libro Rosso di Jung.

Sana le ferite che mi provoca il dubbio, o anima mia. (…)
La mia mente è un tormento, distrugge il mio sguardo interiore, vorrebbe sezionare e disfare ogni cosa. Sono ancora vittima del mio pensare. Quando potrò quietare i miei pensieri per farli strisciare ai miei piedi, questi cani riottosi? Come potrò mai sperare di sentire meglio la tua voce, di scorgere più limpide le tue visioni se i miei pensieri mi ululano intorno? (…). Allontana da me la spiegazione intelligente, la scienza, quel malvagio carceriere che tiene le anime in catene e le rinchiude in celle senza luce. (…). Fammi rimanere nello stupore divino, affinché io sia pronto a scorgere i tuoi miracoli. Fammi deporre la testa su una pietra, davanti alla tua porta, perché io sia pronto a ricevere la tua luce.