I libri che ho conservato.

Ho donato il 98% dei miei libri, per lo più saggi e romanzi.

C’è ancora un margine di miglioramento, perché ho tenuto i Martin nella ormai patetica speranza che gli ultimi due volumi delle Cronache del ghiaccio e del fuoco vedano la luce.

Alla fine, mi sono detta, quali libri porterei con me in una valigia se dovessi partire per sempre? E, presto fatto, la scelta si è ridotta a pochi titoli.

Dunque salverei i testi buddhisti, tra tutti Il nobile ottuplice sentiero di Bodhi Bikku e tra i romanzi Siddharta.

Per quanto riguarda Clarissa Pinkola Estes, ora come ora terrei La danza delle grandi madri, perché giunta alla mezza età, le mie corse con i lupi sono bell’e finite. Ora camminiamo insieme. Quel libro magnifico però merita di essere donato attentamente, non si può lasciare in una casetta sperando che trovi il giusto qualcuno che lo apprezzi. Ho quindi deciso di regalarlo a una mia nipote ventenne, con l’augurio che le sia d’aiuto ancor più di quanto lo sia stato per me, che lo lessi a trent’anni.

Meditare a volte è guardare l’abisso.

Se non sai come funziona, come speri di poter controllare la tua mente?

Questo è il pensiero che ho avuto stamattina, camminando, senza rimuginare su nulla in particolare.

Ieri conversavo con la mia cugina più cara dei problemi psicologici sempre più seri di sua figlia, praticamente mia coetanea. Siamo entrambe demoralizzate dal fatto che qualsiasi incitamento o buon consiglio venga inevitabilemte accolto e messo via. Praticamente scivola senza lasciare traccia.

Psichiatri, psicoterapeuti e farmaci possono ben poco se da parte del soggetto non c’è la voglia di star meglio, di impegnarsi seriamente in un lavoro difficile che porterà a galla tutto il marcio della tua vita, prima di poterti mostrare o aiutarti a costruire il buono.

Io credo che tutti possano dirti come appari, come appare la tua esistenza, ma soltanto tu puoi veramente conoscere come sei e quello che hai dentro.

Per farlo occorre dedizione, tempo, costanza e anche il coraggio di sbirciare l’abisso che è in ognuno di noi.

La meditazione per molte persone non è invitante, altre le spaventa persino.

Ma se non impari a capire come lavora la tua mente, le sue dinamiche, le sue reazioni, sarai sempre schiavo dei suoi prodotti.

Oggi come oggi la mindfulness è sempre più impiegata nel trattamento dei disturbi d’ansia, di personalità e di depressione. Certamente non promette risultati immediati ma in certi casi è bene guardare al prodotto finale: una stabilità emotiva sempre più semplice da mantenere.

Parlando di me, sono una meditatrice novella. Da tre anni ho intrapreso questa avventura e da un anno mi sono avvicinata più specificatamente alla mindfulness. Ecco, dei primi risultati ho iniziato ad accorgermi da poco.

Adesso mi capita di notare veri e propri processi mentali, o schemi per meglio dire, che tendono a ripetersi. E una volta che li vedi, puoi arrivare a capire cosa li innesca e perché. Quindi a prevenirli o almeno a lasciarli andare subito, senza che lascino tracce emotive disturbanti.

Pensavo di avere una mente caotica, invece è soltanto indisciplinata e meno piena di quel che pensassi, perché alla fine ripete spesso le stesse cose, solo usando pensieri diversi.

Non ho mai avuto paura di guardarmi dentro ma ho conosciuto anch’io le resistenze dell’inconscio e molte le combatto ancora, ovviamente.

Il mio abisso non mi spaventa. Sarà uno dei vantaggi dell’accettazione, o la naturale propensione a tollerare il male di me.

Credo che conoscere la propria mente sia un’esperienza che cambia veramente la vita e mi chiedo perché così poca gente sia disposta a farlo.

Se mia nipote iniziasse a meditare cosa scoprirebbe? Probabilmente che tutto ciò che la spaventa in realtà non esiste! Perché è frutto della sua mente!

Non so voi, ma io lo trovo eccezionale. Solo che ci vuole pazienza.

In prima pagina

Come avrete sicuramente letto e/o visto, la mia città è su tutte le prime pagine e tutti gli schermi per il brutale omicidio avvenuto in pieno giorno nell’indifferenza generale.

Non solo vivo in un posto dove si ammazza la gente per strada, ma anche dove tutti restano guardare, anzi, a filmare.

Non è una novità, succede ormai un po’ dappertutto e dovremmo seriamente fermarci a riflettere sulla deriva di questa società dove la vita di un tuo simile non conta più nulla, conta soltanto lo spettacolo della sua agonia che ti garantisce tanti like sui social.

A volte, vi giuro, rimpiango la Cina.

A volte arrivo addirittura a chiedermi se giunti a questo punto non serva il pugno di ferro per rimettere in riga questo popolo senza remore né midollo.

Ma vogliamo parlare di quello che ho letto sui giornali? Gli articoli stessi sono pieni di grassetti che evidenziano le origini campane dell’assassino e della moldava che ha filmato il tutto. Questa è la qualità della stampa italiana.

Adesso ci si interroga se la mano omicida sia stata mossa da razzismo. Ci si chiede anche se qualcuno fosse intervenuto se nella stessa situazione ci fossero stati due bianchi.

Vi rispondo io: NO.

Il giorno dopo, sullo stesso corso, soltanto di sera, stessa dinamica con uomo a terra (bianco su bianco) e nessuno interviene. Un cameriere sistema addirittura i tavoli al bar.

Di cosa vogliamo discutere, gente?

Non c’è molto da dire. C’è solo TANTO da vergognarci.

P.S. in merito ai presunti problemi psichiatrici del soggetto, volutamente non mi esprimo.

Vi racconto come ho abbracciato il buddhismo.

Essendo nata in una famiglia altamente disfunzionale, con un modello di attaccamento disastroso, fin da piccola sono sempre stata irrequieta, lunatica, con la propensione al sogno subito ridimensionata da un introiettato pessimismo.

Già dalla preadolescenza iniziai a interessarmi a tutto ciò che era esoterico e non convenzionale. Paranormale, astrologia, antichi astronauti erano il mio pane quotidiano.

Crescendo, la domanda che mi facevo fin da bambina sul perché io non riuscissi a “credere” mentre gli altri intorno a me sembravano accettare quanto gli veniva detto senza problemi (anche le assurdità più inaudite) si fece sempre più pressante e mi spinse a ricercare e leggere molto, nella speranza di trovare risposte, o, almeno, “qualcosa” in cui poter credere.

Devo dire che non ebbi molta fortuna.

Per molto tempo fui attratta dal messaggio consolatorio della new age. Ero troppo giovane per poterlo confutare correttamente e già parecchio stanca di non aver trovato nulla. Però il mio era un accostamento, non un “abbraccio”. La costante sensazione di incapacità di fede non mi abbandonava mai.

Negli anni, mi avvicinai al messaggio del Buddha svariate volte, sempre con insuccesso.

Oh, il messaggio mi era chiaro. Anche l’ottuplice sentiero. Ma non avevo la più pallida idea di come applicare quei concetti alla mia vita.

Avrebbe dovuto passare molto tempo, prima di sentir risuonare quelle parole dentro di me e comprenderle appieno.

Mi aiutò la meditazione e la psicoterapia ovviamente.

Quando finalmente la mia mente è stata in grado di calmarsi e osservare con equanimità la realtà, credo sia stato quello il momento in cui ho capito che non avrei più potuto tornare indietro. La mia ricerca era finita.

Oggi mi è non soltanto chiaro ma perfettamente logico vedere quanta “dukka” (termine che prevalentemente traduciamo con “sofferenza” ma sarebbe più appropriato usare “insoddisfazione”) c’è nella vita umana. Ed è per me un dato di fatto che l’unico modo per smettere di provare insoddifazione sia imparare a smettere di desiderare. Non sono tanto illusa da credere di poter giungere al nibbana, ma nel tempo che mi resta spero di riuscire a trovare quella serenità che può nascere soltanto dalla consapevolezza, anche e sopratuttto delle illusioni che ci circondano e che con la nostra mente incessantemente costruiamo.

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Povera Patria ?

Leggo le notizie sulla caduta dell’ennesimo governo e scuoto la testa pensando che, come sempre, a rimetterci saremo noi. Non so se questo Paese abbia mai avuto dei veri rappresentanti del popolo o se sia stato sempre pilotato da una manica di finti democratici che se ne fregano della cosa pubblica e pensano solo al proprio tornaconto. Siamo il Paese delle mafie e della corruzione,dove l'”io sono più furbo di te” è un bias che crediamo virtù. Quello che chiamano “italiano medio” è un concentrato di stereotipi che possiamo veder sciorinati su qualsiasi bacheca social. Cosa farà dunque di fronte all’ennesima crisi politica? Di concreto NULLA. In compenso argomenterà a casaccio con chiunque e ovunque per illudersi di essere ancora un soggetto pensante e non un burattino. E alle prossime elezioni voterà la Meloni, perché è convinto che “lei farà sicuramente qualcosa!”, come lo era prima di Salvini, o del “movimento” che finalmente avrebbe spazzato via la Kasta e fatto rinascere l’Italia.

La conoscete quella bruttissima sensazione di andare a votare tappandosi il naso consapevoli che non cambierà nulla? Gli astensionisti credono di far la differenza esprimendo il loro sdegno non recandosi alle urne, nel frattempo i pochi schifosissimi soliti (sotto qualsiasi emblema) avanzano e “vincono” e governano TUTTI.

E stavolta non sarà diverso.

Anzi si, sarà addirittura PEGGIO.

Stavo pensando di aprire un blog

La tana di Ysòl è cambiata molto, nel tempo.

In questi giorni sto ragionando sull’aprire un nuovo blog per non stravolgere troppo questo. L’idea è quella di uno spazio meno caotico di questo. Gli articoli riguarderebbero self-care, buddhismo zen, minimalismo, slow living.

L’idea sarebbe quella di mantenere la tana per libri e discorsi vari e creare un nuovo spazio “benessere” nel nuovo.

Che ne pensate?

Un altro giro di boa

Anche questo compleanno è passato. Se potessi scegliere, abolirei il 7 luglio come fanno in America col tredicesimo piano.

Quest’anno, forte della mia nuova skill di self-care, mi sono regalata la sospensione a tempo indeterminato dell’account Facebook (che forse tramuterò in eliminazione) e la fine della rechèrche, dopo 1 anno e 2 mesi di dolorosa lettura. Ah, ho anche iniziato Il conte di Montecristo, un altro bel mattoncino, ma almeno più scorrevole e appassionante!

Comunque provate a cancellarvi da FB e vedete quanta gente si ricorda di voi.

Io sono un caso un po’ a parte, sono stata festeggiata raramente e sempre con scarsissimi risultati. Fin da bambina eh. Quindi è normale che uno crescendo con questo gap si sente in imbarazzo anche solo a ricevere gli auguri, come se non te li meritassi. Come a dire “scusate se esisto, ma qualcuno ha voluto così”.

Comunque, di utile c’è che il proprio anniversario di nascita coincide con un altro momento in cui tiriamo un po’ le somme di dove siamo arrivati finora, no? Praticamente come accade a fine anno, solo con della zavorra più ingombrante.

Io non faccio altro che tirarle, le somme, e il risultato non mi soddisfa praticamente mai. Tutto quello che non va e che non posso in alcun modo controllare o cambiare, mi tocca accettarlo e imparare a conviverci. Quello che posso fare è adoperarmi in modo che non mi faccia del male. Per tutto quello che posso cammbiare, ci sto lavorando, giorno dopo giorno. Riconosco i piccoli passi in avanti e se a volte ho bisogno di fermarmi, ok, va bene. Un po’ di sana autoindulgenza, gente. Perché se non siete per primi gentili con voi stessi, difficilmente lo saranno gli altri. E se anche gli altri non lo saranno mai, almeno avrete smesso di darvi addosso anche voi.

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Centro del riuso

Una delle poche cose belle e che funzionano nella mia città è il centro del riuso: un punto di raccolta per tutti gli oggetti piccoli e grandi di cui ti liberi donando ad altri la possibilità di usufruirne.

Mentre prima l’alternativa era cercare un mercatino dell’usato o, peggio ancora, recarsi all’isola ecologica, da quando c’è questo centro è più semplice e anche gratificante dar via le proprie cose.

Io ho portato quintali di roba, perché in effetti pesano tutto quello che doni.

Stamattina, ennesimo viaggio per lasciare qualche oggetto di cucina: un servizio competo di piatti da sei, varie salsiere, qualche vassoio e delle ciotole e pure un’affettatrice che giaceva in dispensa da anni ormai inutilizzata. Era scampata al decluttering dell’anno scorso e la mia regola è che se in un anno non hai mai usato qualcosa, devi assolutamente liberartene. Sinceramente, a che mi servivano dodici coperti? Non ho mai avuto tanti ospiti in casa e vi dirò che dopo due anni di covid ho perso del tutto la voglia di cucinare per altri. Tanto più che sono vegana e ho abbandonatola concezione dei pasti come momento di ritrovo e socializzazione. Anche perché sono circondata da onnivori. Magari, avessi a tavola almeno dei vegetariani, ritroverei il gusto di preparare qualcosa che non sia per me soltanto. Comunque sia, è proprio vero che si trova sempre qualcosa da smaltire, volendo. La mia cucina è riuscita a stupirmi. Ero convinta di aver già dato tutto e invece.

Altre due borse di libri sono andate a una libreria amica, felicissima di ritirare l’usato. Sapere che altri si godranno la lettura di qualche romanzo di Murakami, o La torre nera di King mi rende felice. Per i libri la mia regola è: se non lo rileggi, donalo ad altri. Ho ridotto la mia libreria dell’ 80%. In formato cartaceo acquisterò qualche saggio da consultazione, scomodo nella versione digitale. Per il resto, w gli e-book!

parte della mia “vecchia” libreria

Minimalismo/ digital e social decluttering.

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Non so se avete sentito parlare di questa “corrente” tanto in voga negli ultimi anni, quella del less is more, per intenderci. Il minimalismo va a braccetto col decluttering, ma non necessariamente chi periodicamente svuota casa poi vive come un minimalista. C’è chi lo trova estremamente liberatorio e vorrebbe sempre perfezionarsi, come me, e chi inorridisce al solo pensiero di rinunciare a della roba. Sarà che a forza di leggere testi sul buddhismo e sul Tao ho iniziato da un po’ ad assimilare il concetto d’impermanenza e di vuoto, ma devo proprio ammettere che c’è tanta libertà nel lasciar andare le cose.

Dopo la catarsi del proprio spazio vitale, eliminando il superfluo (che TUTTI abbiamo, basta cercarlo. È assurda la quantità di roba che riusciamo ad accumulare in casa anche senza accorgercene), si respira meglio, ci si sente più leggeri e veramente più liberi. Capisco che non tutti aspirino a questo, c’è chi sostiene di stare da dio nel suo caos di oggetti, ma per chi cerca di semplificare la propria vita, fare spazio nel proprio habitat è il primo passo. Va da sé che chi sente questa necessità andrà oltre il semplice riordino e porterà questa sensazione di liberazione a un livello successivo, semplificando altri aspetti della propria quotidianità e della propria vita.

Comprendere che anche la nostra mente ha bisogno di un radicale decluttering è fondamentale. Non ce ne rendiamo conto ma ogni giorno veniamo bombardati da informazioni, spesso non richieste, che intossicano il nostro cervello.

Lo scrolling selvaggio delle home di Facebook, Twitter, Instagram, è tutto inutile caos che ci danneggia inconsapevolmente. Aprire le news ogni ora è ancora più tossico.

Ecco allora la necessità di curare la nostra attenzione esattamente come curiamo la nostra casa. Il decluttering digitale è un vero e proprio atto d’amore verso se stessi.

  • Primo step: riportare il telefono al suo uso originale. In casa, adibirgli un posto, tipo un vassoio o una mensola e lasciarlo lì. Disattivare tutte le notifiche, rispondere soltanto alle chiamate ed eventualmente ai messaggi. Vi assicuro che vi stupirete del silenzio e della tranquillità che già così facendo si crea.
  • Secondo step: disinstallare tutte le app non utilizzate negli ultimi tre mesi. Se non l’avete fatto è perché non vi servono.
  • Quarto step: pulizia dei social. Chiedetevi sinceramente: “Questo social mi dà gioia?” e agite di conseguenza. Io ad esempio odio Facebook, mi provoca stress e rabbia ed è il primo che ho fatto fuori. Instagram non se la passa meglio, mi genera ansia. Twitter, semplicemente non lo uso.

Quinto step: controllate le news una volta al giorno, massimo due. E mai prima di andare a dormire. Questo per me è stato il passo più difficile, perché ero solita cercare notizie praticamente ogni ora.

Tutto questo può sembrare difficile ma vi accorgerete della vostra dipendenza digitale e del successivo miglioramento della stessa dopo pochi giorni.

Contemporaneamente, vi sentirete meglio. Più presenti, meno distratti, più centrati.

Prossimamente vi parlerò di altri modi per predersi cura del proprio benessere. Piccole azioni che messe in atto producono un sostanziale miglioramento in noi stessi.

U.S.A. ritorno al medioevo

Bel colpo per il Paese che si è autoproclamato difensore della democrazia del mondo aver calpestato un diritto civile come l’aborto. Evidentemente, nei progressisti Stai Uniti d’America, le donne vengono ancora considerate un mero strumento della volontà divina. E se quel dio vuole che una donna rimanga incinta dopo uno stupro pazienza! Sia fatta la Sua volontà, vero?!

Mi sono autoimposta di non inveire su facebook, ma qui mi sento come fossi un po’ a casa mia, è il mio spazio, il mio blog, ed è giusto usarlo anche per esprimere indignazione. Giusta indignazione.

Lo so che non posso farci niente e che per il mio benessere psicofisico dovrei lasciar correre, ma non posso snaturare la mia essenza e accettare fatti di questa gravità.

Quando i seguaci del think positive cominciano a sciroppare tutte le cose che vanno bene, che sono addirittura migliorate nel mondo, il mio istinto primario è quello di sbattergli sotto gli occhi, tipo Arancia Meccanica, 24 ore non stop di tutti gli orrori e i soprusi che si compiono nel mondo ogni secondo.

È assolutamente INACCETTABILE che nel ventunesimo secolo a una donna sia proibito di esercitare il sacrosanto diritto di fare del proprio corpo quello che vuole! E non mi si venga a dire che la vita inizia nel momento del concepimento! Un ammasso di cellule senza cervello né cuore né altro, non può pregiudicare la vita di una persona! Che studino un po’ di biologia, questi bigotti puritani e ipocriti come nessuno al mondo.

Non so se avete visto quella serie TV tratta dai romanzi di Margareth Atwood, The Handmaid’s tale (I racconti dell’ancella). Per chi volesse recuperarlo, è disponibile su Tim Vision. In breve: le poche donne rimaste ancora fertili vengono prelevate e usate come ancelle, come mere riprodruttrici per i figli dei (quasi sempre sterili) padroni. Col benestare delle Signore Mogli, che partecipano addirittura all’atto procreativo. Gli U.S.A. non esistono più, al loro posto c’è Gilead, uno “stato” basato sulla bibbia, che sembra un mix malriuscito tra amish e talebani. Le donne di Gilead sono paragonabili ad oggetti. Ci sono le Ancelle, schiave riproduttrici; le Marte, adibite alla cucina; le Zie, che addestrano le ancelle; le Mogli, consorti dei Capitani/padroni delle ancelle. Credetemi, la serie è mille volte meglio dei libri. Un pugno nello stomaco ma di quelli che servono a svegliarti, finalmente.

In fondo, quanto è distopica questa realtà? Non ci stiamo paurosamente avvicinando a un futuro che calpesterà i diritti faticosamente conquistati, che reprimerà ogni libertà al di fuori di quella “eticamente accettabile”? Le voci che gridano sono tantissime. Spero che non vengano fatte tacere con la forza.

Ed ecco qua, a ruota, tutti gli stati che non vedevano l’ora di calpestare l’ennesimo diritto umano: https://www.ilpost.it/2022/06/25/stati-uniti-aborto-cosa-succede-adesso/