Quotidianità

Da quando la guerra ha sconquassato il già precario equilibrio delle nostre vite, c’è chi fa fatica a ritrovare il proprio ritmo, la quotidianità. Io, per esempio, alterno momenti “buoni” ad altri in cui tutto mi sembra aver perso il suo senso. In verità mi chiedo se mai l’abbia avuto.

Comunque sia, si deve pur continuare a vivere. Mica si può star senza far niente ad aspettare che arrivi un’atomica a spazzarti via. Si deve andare avanti, anche se con più fatica, per l’improvvisa TOTALE consapevolezza della precarietà non solo propria ma della vita stessa.

Allora ben venga tutto ciò che aiuta, in primis la meditazione, soprattutto focalizzata su quel concetto così travisato dell’accettazione. Poi gentilezza (mētta) verso se stessi e gli altri. Fare qualcosa che piace, anche se non è importante, o sembra non aver senso. Darsi degli obiettivi raggiungibili a medio termine, non angosciandosi troppo per mète difficilmente raggiungibili.

Io ci sto provando. Parte della mia buona pratica di “mantenimento della normalità” è la mia Lily, che da ottimo maestro zen come è ogni cane, mi ricorda l’importanza della leggerezza, di divertirsi con quel che c’è quando c’è, di stare qui e ora. Perché non abbiamo tutto il tempo del mondo e ne sprechiamo troppo a complicarci la vita.

Come si cambia

“Come si cambia, per non morire…”, cantava la Mannoia.

Ieri un post di Tlon mi ha letteralmente dato una scossa e obbligato a far mente locale per tutte le volte che ho ceduto all’impulso e “condiviso” il mio sdegno, o, maggiormente, la mia rabbia.

Leggo questo:

Sui social «lo sfoggio di autenticità si è dimostrato un valore particolarmente redditizio», come ha scritto profeticamente Mark Fisher. Il problema di questa autenticità diffusa è che si tratta di materiale emotivo non elaborato che viene perennemente riversato online, utile a spostare voti e a indirizzare pubblicità e molto dannoso dal punto di vista della fioritura personale. Gettare quotidianamente il proprio flusso di coscienza addosso al mondo significa condannare a morte interiore se stessi, togliendo agli altri lo spazio di espressione.

Io che ho sempre sostenuto e osannato il flusso di coscienza come atto liberatorio e sanificatore, mi sono ritrovata a chiedermi: ma ho sempre sbagliato?

Tutto il materiale emotivo non elaborato mi ha impoverito e impedito di evolvere in qualche modo?

E chi mai sapeva che il materiale emotivo andasse elaborato?

Sono sempre stata fiera del mio istinto, lo consideravo quasi un sesto senso, e non avevo mai preso in considerazione l’idea di dover elaborare le emozioni, neanche quando diventavano ingombranti e travolgenti. Considero però il fatto di mettersi in discussione e l’aver imparato a dubitare, in primis di me stessa, un innegabile progresso. La mia natura radicale c’è ancora ma è apparsa una nuova parte di me (o forse è una parte antica, che stava soltanto in disparte) che le mette un freno e le fa vedere le cose da una nuova prospettiva.

Tlon parla di fioritura personale, io non mi aspetto tanto ma applaudo al concetto di “decluttering digitale per una sana ecologia della mente“: seguire ciò che ci fa BENE, che ci arricchisce in qualche modo e non alimenta la nostra emotività per lucrarci magari sopra.

Da tempo l’avevo messo in atto, senza nemmeno sapere che questo processo avesse un nome, ma per un vero minimalismo social c’è sempre margine di miglioramento. Mi capita ancora di leggere cose che mi fanno indignare, arrabbiare e venir voglia di condividere immediatamente per gridare al “mondo” quello che penso. Allora il decluttering non è completo. Mi applicherò di più, anche se mi sembrerà di andare contro natura. Magari, alla fine, mi sentirò veramente meglio. Se così dovesse essere, ve lo racconterò.

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Bianco o nero

Il modo in cui oggi facciamo circolare idee e parole sui social tende a escludere l’effetto sorpresa: ognuno ripete il copione del suo schieramento.

Jonathan Bazzi

Sabato scorso ho scritto un articolo in per l’ennesima volta davo voce al MIO pensiero, soddisfacendo l’umano bisogno di visibilità, che ribadisce la nostra esistenza. Non l’ho pubblicato. E ho fatto bene. Di solito sono molto più impulsiva e se qualcosa ha imparato a frenarmi è soltanto un progresso.

Non c’è veramente bisogno di continuare a esprimere il proprio punto di vista in merito a qualcosa di così complicato come una guerra, si tenderà sempre e soltanto a essere faziosi e si contribuirà all’alimentazione della dicotomia sociale, già così netta.

Il mio pensare radicale non aiuta me e non serve al mondo.

Certamente, ho sempre le mie opinioni. Che hanno il peso di tutte le altre, da qualsiasi parte pendano. Per rimanere però mentalmente aperti è bene ascoltare tante voci e riconoscere l’illusione che si cela dietro ad ognuna, la propria in primis.

Quello che sento è che esprimere il proprio assenso o dissenso è anche un modo per sfogare,almeno in parte, la propria frustrazione per qualcosa su cui non si ha la minima influenza.

Basta però riflettere sulle miriadi di cose su cui non abbiamo la stessa minima influenza per renderci conto che è qualcosa che non dobbiamo combattere, ma imparare ad accettare.

Come? Guardandosi dentro, osservandosi in tutte le proprie sfumature e contraddizioni, abbandonando per prima cosa il giudizio per noi stessi e dando spazio all’opportunità di considerare tutta la nostra interezza, imperfetta com’è.

La consapevolezza della propria complessità è l’anticamera di quella dell’altro e del mondo. Magari non arriveremo a comprenderlo, ma lo scopo non è capire: è accettare.

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Il diritto di dissentire

Stamattina leggevo su Domani un editoriale del politologo Salvatore Vassallo. Sono rimasta sinceramente perplessa dal paragone che fa tra chi vede di cattivo occhio l’invio di armi agli ucraini e i complottisti no-vax del covid.

A quanto pare, sostenere che la NATO sia una concausa di questa guerra equivale a dire che il covid è stato liberato con il preciso scopo di instaurare il NWO, che i vaccini hanno i microchip ecc ecc.

Io non riesco a trovare un nesso logico, in questo ragionamento.

Ho paura che, similmente a quanto fanno i salottari da tv, che fino a ieri si riempivano la bocca di vuote e deleterie parole virali e oggi hanno lasciato il posto ancora caldo a sedicenti esperti di geopolitica (leggi Orsini), il pensiero che vuole essere fatto passare per dominante e politicamente corretto è ugualmente pericoloso.

Si può essere contro l’invio di armi e contemporaneamente contro l’aggressione. Si può ricordare che, se pure la NATO non c’entri, la situazione ucraina non era esattamente paradisiaca fino a un mese fa. Si può faticosamente farsi un’opinione in merito, cercando nei libri e nelle poche voci autorevoli della stampa. Si può ribadire il proprio diritto a esprimere il giusto disappunto di fronte a una politica cieca, che fino a ieri preferiva non vedere il volto di colui col quale faceva affari a cui oggi non può permettersi di sottrarsi.

Quindi, questo editoriale di oggi, come un altro di ieri a diversa firma e su altra testata, mi fanno sempre più propendere verso un’avversione alla retorica giustificatrice a reti unificate.

foto repertorio ANSA

Fate passare, per favore?

Come per il terremoto in Centro Italia e la pandemia, insieme a un gruppo di civic hacker “rodati”, Action Aid sta mappando i bisogni delle vittime della guerra in Ucraina e gli aiuti proposti su questo sito ukrainehelp.emergenzehack.info Grazie, Mauro Biani Adesso sulla mappa ci sono circa 150 richieste e proposte che riguardano principalmente l’Italia, […]

Fate passare, per favore?

+ informazione= – conoscenza

È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena.

Montaigne

Questo discorso si ricollega all’articolo pubblicato ieri.

L’infodemia spadroneggia. Due anni di pandemia non ci hanno insegnato niente e siamo pronti a ricadere nelle stesse trappole e negli stessi errori.

Quanti di voi iniziano la giornata davanti al tg o ai quotidiani online? Quanti di voi quando spengono lo schermo hanno paura di non rimanere al passo con ciò che succede?

Ebbene, tutto questo serve per calmare in qualche modo l’ansia che dilaga in noi, ma non ci aiuterà a farci un’opinione, né a sviluppare pensiero critico.

Ieri me ne sono accorta, e ho modificato l’articolo al condizionale, rinunciando all’ indicativo. Perché la mia è soltanto un’opinione e non dev’essere imposta a nessuno. Anzi, io per prima devo accettarla con riserva. Perché è suscettibile di variazioni. Nulla è immutabile. E anche se la nostra mente poco allenata ci mette un nanosecondo ad attaccarsi e a fare di un’ipotesi una verità, accorgersene è un piccolo grande passo verso un modo più maturo di pensare.

Le tante facce della verità

Chi cerca di informarsi, al giorno d’oggi, fa una fatica immane a trovare informazioni valide e non faziose. La narrazione dei media italiani, o forse occidentali tutti, è pericolosamente a senso unico. Praticamente non poi così diversa dalla famosa propaganda russa, solo in chiave ucraina.

Sento il dovere di specificare che condanno l’invasione russa di uno stato sovrano. Così come ho condannato, negli anni, tutte le altre invasioni, tra cui le tante targate U.S.A.

Ho voluto raccogliere in questo articolo entrambe le voci che raccontano le verità di questa guerra. I video presenti su YouTube non so per quanto lo saranno ancora, vista la censura imperante russofobica. Il mio consiglio è di guardarli, prima che spariscano. Guardate anche quello su Netflix, se potete. Si tratta della narrazione ufficiale dei fatti di Piazza Maidan del 2014-15. Perché è allora che è iniziata la guerra. Una guerra a cui l’Occidente ha preferito non pensare, per cui non s’è indignato come sta facendo oggi. Eppure sono OTTO ANNI che è in atto. Sono morte 14000 persone, dice l’OSCE.

Vi linko anche il video all’intervista che Oliver Stone fece a Putin, nel 2015, e un paio di articoli interessanti: il punto di vista dello stesso Stone, sulla mossa di Putin e i consigli (che di solito apprezzo) di Maura Gancitano e Andrea Colamedici, che qui, però, tendono a essere di parte. Quando qualsiasi cosa dica o faccia si accusa Lilin di essere filoputiniano, non solo si fraintendono le sue parole, ma non si vuole proprio ascoltare. Per me sono chiare come il sole. E il documentario dove parla per la prima mezz’ora, insieme a quello francese, sono una testimonianza di voci nascoste dall’omertà mediatica che solo qualche coraggioso reporter ha deciso di raccontare.

Che idea mi sono fatta io?(Il condizionale è d’obbligo)

Sono propensa a credere che i fatti di Piazza Maidan potrebbero essere stati strumentalizzati. Non nego che i giovani ucraini vedessero l’Europa come un futuro di libertà e diritti garantiti, dico che magari quella manifestazione nata come democratica e pacifica potrebbe essere stata presa come pretesto per destabilizzare un Paese. Ciò spiegherebbe, allora, il massacro di Odessa, dove 70 persone russofone -che protestavano per l’abolizione della legge che vedeva il russo come seconda lingua ufficiale- furono arse vive in un palazzo dato alle fiamme con le molotov dai manifestanti. E spiegherebbe le parole del presidente di turno, Porošenko, che disse in TV: ” I nostri bambini dell’Ovest andranno a scuola. Quelli dell’Est si rintaneranno nelle cantine!” (è nel video Donbass 2016). Tutto questo è di una gravità inaudita e ancor peggiore è il silenzio della stampa occidentale, o la sua voce univoca che suona paurosamente schiava del potere. Tale e quale a quella russa contro la quale oggi si batte a suon di titoloni. Nessuno ci parla del Donbass, oggi. Nessuno ci parla dei crimini del battaglione Azov, regolarmente schierato nell’esercito ucraino. Un giornalista che si rispetti non dovrebbe garantire la pluralità dell’informazione?

Non è più possibile informarsi leggendo un giornale, o peggio ancora guardando il TG. Anzi, non credo lo sia mai stato. Ascoltate più voci, ragionate, fatevi una vostra idea. E non credete a niente, dubitate di tutto, anche delle conclusioni che traete. La verità ha molte facce e tante voci.

  • Il primo video che ho visto. Parla alla pancia: emotivo, coinvolgente, eroico. I giovani ucraini che si ribellano per la libertà, che ha il colore della bandiera europea. Una rivoluzione del popolo, costata sangue innocente, che ha portato alla fuga dell’allora presidente Yanukovich.
I fatti di Piazza Maidan, narrazione ufficiale

  • Secondo video guardato. I fatti di Maidan visti con occhio critico e con un ampio sguardo alle questioni geopolitiche (forse) scatenanti.
Piazza Maidan, un altro punto di vista

  • L’inferno del Donbass. I testimoni sul campo. Le voci della gente comune.
Documentario in Donbass, giornalisti francesi
Il Donbass raccontanto da voci italiane

  • Oliver Stone. Intervista a Putin, 2015.
Intervista a Putin, di Oliver Stone.2015

  • Intervista a Oliver Stone, sulla guerra in atto.

https://popcorntv.it/people/oliver-stone-guerra-ucraina-putin-ha-sbagliato-a-invadere/70368?fbclid=IwAR0oTA5wpUXJwxNurPBodFW3OkKW3c3LlmyU8TQpQNmcQkGAfB9ARjbTcV4

  • Articolo di Maura Gancitano e Andrea Colamedici con cosigli di lettura e visione.

Democrazia

Non vi sono alternative alla democrazia.
Se si rinuncia a quella, se muore quella, la libertà va a farsi friggere e come minimo ci ritroviamo in un gulag o in lager o in una foiba. Insomma in prigione o sottoterra. Ma quando ci riempiamo la bocca con la parola Democrazia sappiamo bene che la democrazia fa acqua da tutte le parti. Sappiamo bene che è un sistema disperatamente imperfetto e sotto alcuni aspetti bugiardo.


Oriana Fallaci

Ho letto pareri contrastanti, sulla guerra e sul pacifismo a tutti i costi. Credo che ognuno di noi risponda alla tragicità degli eventi nel modo che gli è peculiare. Credo anche che molti sposino una causa soltanto per abitudine a un certo tipo di idealismo. A volte bisogna scendere a compromessi anche con ciò in cui si crede. Quindi, non è poi così strano che un pacifista si armi e combatta, in nome di quella pace che la guerra gli ha tolto. E non è strano nemmeno che dietro un categorico rifiuto di ogni belligeranza, si nasconda un’egoistica comodità.

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