Un’amicizia

Ricordavo Silvia Avallone dai tempi di Acciaio e ho ritrovato con piacere la sua scrittura scevra di fronzoli e diretta come un pugno, all’occorrenza.


Più che un’amicizia, il rapporto tra Eli e Bea sembra una competizione mantenuta ben nascosta dietro l’apparenza. Al pari di un’altra famosa coppia narrata da Elena Ferrante, ci troviamo di fronte due personalità antitetiche e prevaricanti, ognuna alla sua maniera.


Un bel libro, assolutamente, scritto in maniera impeccabile e con una trama narrata superbamente. Resta però il fastidio provocato da un rapporto malsano protrattosi troppo a lungo, per chissà quale motivazione inconscia e reale. Delle due protagoniste si riesce soltanto a intuire quanto nascondono di loro stesse, del mondo interiore che racchiudono e che spesso, violento, tracima e si trasforma in azione. L’introspezione psicologica è curata ma si è preferito approfondire le dinamiche del rapporto piuttosto che le motivazioni non evidenti. Una scelta comunque efficace, che non appesantendo la narrazione ha garantito allo svolgersi dell’azione il ritmo fluido e veloce che richiedeva.

Il peso dei segreti

Acquistato istintivamente, a conferma di come in verità siano i libri a scegliere noi e non viceversa.
Romanzo corale di un’autrice giapponese che ancora non conoscevo. In queste pagine si raccontano vite intrecciate tra loro, segreti inconfessati e inconfessabili.


La scrittura di Aki Shimazaki è paragonabile a pennellate lievi su tela dai colori tenui, accentuati all’occorrenza. Ho ammirato molto la capacità di narrare una storia così impattante con sobria e ineguagliabile eleganza.
Altri avrebbero usato toni più forti, drammatici, a sottolineare i passaggi più gravi, lei invece ha detto tutto il necessario senza addossare al lettore il dolore della narrazione, e per questo la ringrazio.


I segreti che custodiamo a volte riusciamo a portarli con noi fino alla morte, altre ce ne liberiamo prossimi alla fine, incuranti della bomba che sganciamo. Certo è che essi hanno un peso e che anche accantonati e pressoché dimenticati, dentro di noi continuano a vivere di vita propria. Possono avvelenarci lentamente, o corrodere lentamente la nostra fibra. L’ideale sarebbe non averne ma quando la vita stessa ne esige la custodia, possiamo solo attrezzarci al meglio e imparare a conviverci.

Tutto ciò che è sulla terra morirà

Michel Bussi inizialmente scrisse questo libro con uno pseudonimo, perché, come lui stesso afferma nella prefazione, si distaccava dal suo genere e voleva dal pubblico un giudizio non condizionato dalla notorietà del suo nome. Essendo stato accolto con favore, ecco qua questo mattoncino di poco più di seicento pagine fresco fresco di stampa.

La vicenda abbraccia una grande vastità di teorie alternative alla Storia che tutti conosciamo, prendendo principalmente il mito di Noè come spunto per narrare un’avventura mozzafiato. Io che queste teorie le conosco da molti anni, ho comunque apprezzato l’originalità della trama anche se personalmente avrei preferito meno crudezza in molte scene, ma comprendo perfettamente l’esigenza di realismo dell’autore.

Non avendo letto altre sue opere, posso giudicare soltanto questo romanzo e affermare tranquillamente che vale il suo prezzo e il tempo speso a leggerlo. Il talento di uno scrittore, a mio avviso, si misura dal piacere che ti da leggerlo grazie alla scelta accurata dei vocaboli, all’abilità di intrecciarli nei periodi, alla minuziosità con cui tratteggia i personaggi, all’originalità della trama. Insomma, un libro di successo è un’opera completa in tutto e per tutto ed è sempre una gradita sorpresa arrivare all’ultima pagina esclamando: ” Oh, che bella lettura!”.

Purtroppo al giorno d’oggi è sempre più difficile potersi dire pienamente soddisfatti di un libro vista la marea di autopubblicazioni di pseudoscrittori, di retelling anche famosissimi fatti dagli stessi autori per mungere ancora un po’ i lettori affezionati, di influencers ai quali gli editori pubblicherebbero persino la lista della spesa.. Fortunatamente, non in questo caso!

Passaggio in India

Nell’India frammentata tra Islam e Induismo, una vicenda mette in luce il profondo divario tra l’Europa e questa terra variopinta al tempo del colonialismo.


La diversa concezione morale che vede contrapposti Oriente e Occidente si mostra in tutta la sua enormità nel rapporto tra Aziz e Fielding.
L’indiano, profondamente ferito dalle ingiuste accuse mosse a suo carico, non accoglie col sollievo che ci si sarebbe aspettato il suo proscioglimento. Tutto sembra confermare quanto celava nell’animo, nascondendolo pure a se stesso.

Il divario psicologico che separa i due amici sembra divenire incolmabile. Aziz torna a sentirsi “indiano”, come se prima, cedendo alla bontà del suo spirito assecondando il moto d’affetto verso un inglese, avesse rinnegato la sua essenza. Si avverte una triste chiusura, una mancata opportunità di scambio che avrebbe arricchito entrambi.


Mentre tutto fa presagire ad un finale scontato, si intravede uno spiraglio di luce che fa sperare in un futuro migliore dove ci si comprenderà oltre le differenze che ci contraddistinguono.

Un libro che fa riflettere su quanto l’ambiente e la propria cultura di origine siano in grado di plasmare ciò che siamo fino a farci credere tutti irrimediabilmente diversi.

Gente del sud

Una saga familiare bella come poche, a mio modesto avviso, anche più de I Malavoglia. Cinque generazioni di Parlante, dalla fine dell’era borbonica ai nostri giorni.

Ambientato nelle Murge, questo romanzo è uno spaccato di storia, di usi e costumi di gente semplice, lavoratrice, contadina e del suo adattarsi al cambiamento nel corso degli anni. Due grandi guerre, l’avvento del fascismo, la nascita del commercio e della produzione industriale, le prime esportazioni: in queste pagine c’è tutto questo e molto altro ancora.

Cipriano Parlante diventa il protagonista indiscusso di questa appassionante trama: un carattere solido, onesto, fiero ma non scevro da errori e rimorsi che ne accrescono ancor più il valore agli occhi del lettore.

Raffaele Mastrolonardo ci ha regalato un libro meraviglioso, come non se ne leggeva da tanto, troppo tempo. Un intreccio che coinvolge dalla prima all’ultima pagina, una vicenda che si chiude col rimpianto di dover salutare quelli che ormai sono diventati vecchi amici.


La mole dell’opera non deve assolutamente intimorire perché sarà difficile staccarsi dalla lettura una volta iniziata. Ispirato alla storia della sua famiglia e a fatti realmente accaduti nel nostro sud a quei tempi, l’autore ha saputo tessere con maestria la moltitudine di eventi e personaggi, rendendoli vivi e soprattutto facendone partecipe il lettore, emozionandolo fino alla fine.
Consigliatissimo.

Oscure madri splendenti

Questo libro di Luciana Percovich è di un valore inestimabile. È un viaggio indietro nel tempo, dalla Dea primeva, gravida e completa, al suo smembramento nelle innumerevoli divinità, riflesso di attributi che Lei racchiude in toto.


Attraverso queste pagine ripercorriamo gli eventi che hanno portato al rovesciamento dei simboli e alla nascita di una “civiltà” innaturale, perché contro natura.
Basti pensare al triangolo, ad esempio, raffigurato col vertice verso l’alto, che era in origine capovolto, a raffigurare il grembo; o alla trinità femminile, con il triplice aspetto della Dea vergine-madre-crona, mistificata in padre-figlio-spirito santo; oppure a come la Dea diventata “madre” si sia vista surclassare pian piano dal figlio.


L’opera di desacralizzazione e mascolinizzazione del divino è stata compiuta con stupri, violenze, inganni, vantandosi poi a gran voce del potere così conquistato, nelle opere di ogni mitologia.
Ora, chi si incensa dell’arroganza e del disprezzo usati per sconsacrare quanto più c’era di santo al mondo, testimonia soltanto la sua incapacità e la sua profonda invidia. La donna, in quanto parte del divino, non aveva bisogno di inventarsi un “dio”. Cosa che invece ha fatto l’uomo, non potendo comprendere la profonda unità femminile col principio creatore.


La società attuale è l’ennesima figlia di questa barbarie e tutti ne paghiamo le amare conseguenze. Ma ora che abbiamo visto e compreso tutta la sua distruttività, sarebbe ora di superare le paure reciproche e di riappropriarci delle nostre diversità, accogliendole e comprendendone l’intrinseco valore.
La cultura di oggi, che ci vorrebbe tutti uguali, addirittura asessuati, fluidi, è il colpo di coda di un modello di esistere che sta implodendo.
Il ritorno alla Vita e alla Natura non potrà essere procrastinato a lungo.

Il mare senza stelle

Romanzo particolare che garantisce un’esperienza di lettura inconsueta. Strutturato a matrioska, con una trama che racchiude le altre, tutte connesse tra loro, a formare un ordito vasto, che risulta difficile da ammirare nell’insieme.

Personalmente, fino a metà libro o anche poco più avanti, sono stata letteralmente catturata dalla storia e mi sono lasciata avviluppare dai suoi numerosi intrecci. Ad un certo punto, però, non ho più provato lo stesso entusiasmo: il ritmo è cambiato e con esso la comprensione del quadro complessivo della vicenda. Anche il finale mi ha lasciato con l’amaro in bocca e con l’impressione che tutta l’opera sia un tentativo con dell’ottimo potenziale che non si sia riuscito ad esprimere pienamente.

Se dovessi descriverlo con un aggettivo lo definirei caotico, perché alla fine in testa mi è rimasta soltanto una grande confusione. Dovendo raccontarlo, mi accorgerei all’improvviso di non essere in grado di continuare.

Sebbene il protagonista sia essenzialmente uno, la moltitudine di personaggi e sottotrame che li riguarda, rende difficoltoso seguire il filo conduttore della storia. È un vero peccato perché l’idea di base è veramente bella e interessante e in certi momenti tra le pagine si respira un’ atmosfera degna di Zafòn ne L’ombra del vento, ma in questo lavoro il mistero non è bastato a tenere in piedi il tutto, purtroppo.

Marche stregate

Durante i terribili anni oscurantisti della caccia agli eretici e alle streghe, le Marche, regione pontificia per eccellenza, appiccarono meno roghi del resto d’Italia e d’Europa, potendo contare su una popolazione alquanto bigotta e morigerata.

Le streghe tanto odiate dalla Chiesa erano prevalentemente donne che si tramandavano le conoscenze delle erbe, con le quali rimediavano a molti disturbi e mali minori. Molte, però, erano anche in possesso di qualche particolare dote che le rendeva capaci di togliere malocchio e invidia. Alcuni si rivolgevano a loro, sapienti erboriste, addirittura per la preparazione di filtri, sovente d’amore, ma per lo più la loro opera era di cura.

Queste donne quasi sempre conducevano una vita solitaria e già solo per questo erano guardate con sospetto. L’ipocrisia del volgo ne faceva perfetti capri espiatori per tutto ciò che di male capitava al villaggio; infatti era praticamente consuetudine che proprio chi a loro si rivolgeva fosse il primo a denunciarle al Santo Uffizio.

Questo libro raccoglie la storia della stregoneria marchigiana impreziosita da diverse testimonianze di anziani che ne serbano tutt’oggi la memoria. D’altronde, anche se i roghi ecclesiastici si sono spenti da secoli, essi non sono riusciti a estirpare da queste terre come dal resto del mondo, le antiche conoscenze che ancora sopravvivono e vengono trasmesse o recuperate laddove un passaggio di testimone non sia possibile.

Orami le streghe non incutono più timore quasi a nessuno eppure persiste una superstizione figlia di tutto l’orrore che permea la coscienza collettiva di quel buio passato.

Le Marche stregate è un’opera preziosa per la conservazione delle tradizioni popolari e senza alcun dubbio una lettura illuminante che ci permette di comprendere come certi atteggiamenti e schemi di pensiero delle masse siano sostanzialmente identici oggi come un tempo.

In fondo l’umanità cerca sempre qualcuno di “diverso” sul quale far ricadere tutte le proprie colpe. Ieri è toccato alle streghe, oggi allo “straniero” o, più in generale, a chiunque emerga dal gregge per anticonvenzionalità e non allineamento al dogma di turno.

L’acqua del lago non è mai dolce

Candidato al Premio Strega 2021, il libro di Giulia Camminiti ha tutte le carte in regola per aggiudicarselo.

Con una scrittura netta e incisiva, ci viene presentata Antonia, madre di quattro figli, un marito invalido, che lotta da tutta la vita con una perseveranza invidiabile seppure nata dalla sublimazione della rabbia o della poco rassegnata accettazione della realtà. Antonia col suo esempio sembra gridare al mondo: “Questa vita fa schifo ed è ingiusta ma io farò in modo di farla funzionare meglio che posso!”.

Diversi sono i suoi ragazzi. Il primo, nato da una precedente relazione, si dimostrerà essenzialmente a lei antagonista, salvo poi recuperare il rapporto inaspettatamente sul finale. Gli ultimi nati, gemelli, sembrano rinsaldare ogni giorno la loro vicinanza con la quale arginare il carattere travolgente di questa madre ingombrante, tassativa, che tira dritto per la sua strada e non ammette deviazioni altrui.

È la secondogenita la prima attrice di questa storia, che da un’infanzia di ristrettezze e limitazioni, costretta a misurarsi ogni giorno con la difficoltà e , di contro, con l’agiatezza di quanti la circondano, trova un modo suo di reagire all’ingiustizia e sviluppa un carattere pericoloso, tendente alla psicopatia. Non si riesce ad affezionarsi a questa ragazza, anche se si può ben comprendere la rabbia che la devasta.

È un libro difficile, questo. Scritto in maniera impeccabile ma duro da morire. Non affrontate una lettura così senza mettere in conto un bel po’ di fastidio e amarezza.

La sacerdotessa del mare

Ci sono libri che raccontano storie e altri che, raccontando, insegnano. Non credo però che l’intento di Dione Fortune fosse educativo, quando scrisse questo romanzo.

La sacerdotessa del mare è una rievocazione del Mito primordiale, dove protagonista è la Grande Madre dalla quale tutto ha inizio.

La storia che fa da cornice al rivelarsi della Dea è il racconto di una vita apparentemente monotona al limite dell’insignificante. Eppure l’uomo che ne è protagonista rivela una capacità di relazionarsi alla realtà immaginifica assolutamente fuori dal comune. Sinceramente, quasi ci si stupisce, leggendo, della profonda dicotomia tra il Wilfred conosciuto al mondo e quello che apprende (o forse sarebbe meglio dire ricorda) essere davvero.

Personalmente mi ha stupito come egli abbia accolto l’immateriale integrandolo senza scossoni nella sua vita. Credo che quella della scrittrice non sia una deliberata omissione dei passaggi ma che abbia piuttosto voluto convogliare l’attenzione sull’abbandono alla fede, l’unica via.

E’ fondamentale, come pure ci ricorda lo sciamanismo in tutte le sue forme, accettare la morte e varcarne la soglia, sia pure soltanto metaforicamente in un rituale, affinché si possa “rinascere” e conoscere il Mistero che anche in noi è racchiuso.

Questo libro è capace di riaccendere nel lettore la scintilla della ricerca di sé e quindi della Dea e del Tutto. Forse lo scopo di Dione Fortune era proprio questo.