Vi racconto come ho abbracciato il buddhismo.

Essendo nata in una famiglia altamente disfunzionale, con un modello di attaccamento disastroso, fin da piccola sono sempre stata irrequieta, lunatica, con la propensione al sogno subito ridimensionata da un introiettato pessimismo.

Già dalla preadolescenza iniziai a interessarmi a tutto ciò che era esoterico e non convenzionale. Paranormale, astrologia, antichi astronauti erano il mio pane quotidiano.

Crescendo, la domanda che mi facevo fin da bambina sul perché io non riuscissi a “credere” mentre gli altri intorno a me sembravano accettare quanto gli veniva detto senza problemi (anche le assurdità più inaudite) si fece sempre più pressante e mi spinse a ricercare e leggere molto, nella speranza di trovare risposte, o, almeno, “qualcosa” in cui poter credere.

Devo dire che non ebbi molta fortuna.

Per molto tempo fui attratta dal messaggio consolatorio della new age. Ero troppo giovane per poterlo confutare correttamente e già parecchio stanca di non aver trovato nulla. Però il mio era un accostamento, non un “abbraccio”. La costante sensazione di incapacità di fede non mi abbandonava mai.

Negli anni, mi avvicinai al messaggio del Buddha svariate volte, sempre con insuccesso.

Oh, il messaggio mi era chiaro. Anche l’ottuplice sentiero. Ma non avevo la più pallida idea di come applicare quei concetti alla mia vita.

Avrebbe dovuto passare molto tempo, prima di sentir risuonare quelle parole dentro di me e comprenderle appieno.

Mi aiutò la meditazione e la psicoterapia ovviamente.

Quando finalmente la mia mente è stata in grado di calmarsi e osservare con equanimità la realtà, credo sia stato quello il momento in cui ho capito che non avrei più potuto tornare indietro. La mia ricerca era finita.

Oggi mi è non soltanto chiaro ma perfettamente logico vedere quanta “dukka” (termine che prevalentemente traduciamo con “sofferenza” ma sarebbe più appropriato usare “insoddisfazione”) c’è nella vita umana. Ed è per me un dato di fatto che l’unico modo per smettere di provare insoddifazione sia imparare a smettere di desiderare. Non sono tanto illusa da credere di poter giungere al nibbana, ma nel tempo che mi resta spero di riuscire a trovare quella serenità che può nascere soltanto dalla consapevolezza, anche e sopratuttto delle illusioni che ci circondano e che con la nostra mente incessantemente costruiamo.

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37 pensieri riguardo “Vi racconto come ho abbracciato il buddhismo.”

  1. Assomiglia tanto al mio percorso. E non si finisce mai di com-prendere . Di cercare si. ad un certo punto vedi che tutto è già liì , dentro e fuori di te. e dovevi solo farti raggiungere. E per farlo smettere di cercare. E come si fa a sapere quando smettere di cercare? lo senti , la senti la quiete dentro , e la strada da compiere .Grazie per questo tuo post .

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  2. Durante la mia lunga mi sono avvicinata a tantissime filosofie e dottrine, ma nessuna mi ha convinto a restare. Credo sia per il fatto che dall’età di sette anni soffro del disturbo di depersonalizzazione, mi sento estrae dentro il corpo umano e quindi all’umanità.

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    1. Non so se conosci il lavoro di Janina Fisher, sulle parti frammentate del sé. È un metodo di psicoterapia molto valido anche in caso di depersonalizzazione e dissociazione. Certamente sentirsi “non umani” rende praticamente impossibile abbracciare qualche “fede”. Comunque, a livello inferiore, è un sentimento che a volte ho provato anch’io. Totale alienazione.

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      1. Ti consiglio “Guarire la frammentazione del sé”. È una lettura per terapeuti ma comprensibilissima anche a noi! Poi ovviamente sarebbe da mettere in pratica con uno specialista.

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      2. Emhhh, ma devo trovarlo bravo e non ci sono ancora riuscita.
        Tre ricoveri al neuro e ho perso il conto degli specialisti a cui mi sono rivolta per cercare di stare meglio.
        Alla fine ho ottenuto l’invalidità del 90% che non mi serve a niente. 😅

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      3. Sì, solo esenzioni. Potrei chiedere di più, ma non voglio approfittarne finché posso.
        Però sono completamente sorda da un orecchio e dall’altro sento poco, anche questo è nel l’invalidità. Ho un problema neurosensoriale.

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  3. ho una storia molto diversa dalla tua, ma probabilmente condivido con te un sentimento di ricerca spirituale.

    sono cresciuto in una famiglia molto cattolica e in me si è inculcata una certa immagine dell’autorità (Genitore = Dio = Qualsiasi autorità) alla quale dover obbedire.
    non sono riuscito a liberarmi da questo legame: mi sono ribellato all’interno e non all’esterno.
    apparentemente sono molto ubbidiente e rispettoso, ma il mio cuore in realtà è sempre stato con i ribelli.

    la psicoterapia mi ha aiutato (e sta aiutando) a superare questa fase “adolescenziale”, con giusto qualche decennio di ritardo.
    andando ad intaccare il rapporto con i miei genitori, automaticamente è venuta meno la mia presunta “fede” in Dio (in realtà non c’era mai stata, la fede è qualcosa che non si può inculcare a mio avviso).

    una delle cose che mi cattura maggiormente è la lettura psicologica delle religioni: per me non sono affatto due cose separate.

    il buddismo l’ho incontrato nei libri: sono in assoluto le letture che mi hanno fatto stare meglio, soprattutto nei momenti più difficili che ho vissuto.
    mi piace anche l’aspetto non-morale e non-autoritario: lo trovo molto più esistenziale.
    inoltre mi sembra la filosofia che più si avvicina alla scienza, conciliando così anche la mia parte razionale.

    secondo me il buddismo da modo anche di comprendere il messaggio “originale” di Gesù (che per i buddisti è considerato un Bodhisattva).

    non mi dichiaro buddista, in realtà non mi dichiaro in nessun modo: un insegnamento che mi prendo volentieri dall’oriente è che siamo inetichettabili, non possiamo definirci ma solo essere.
    è una filosofia che mi piace vivere e “respirare”, seppur in modo parziale

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    1. Se c’è qualcosa di decisamente controproducente è cercare di “inculcare la Fede”, dogmi, precetti, pratiche, riti, ecc. (in questo, i cattolici sono dei veri esperti, e vedo che lo sai anche tu).
      Ci ha provato a lungo mia madre, fin poco prima di morire (poco tempo fa) e mi ha fatta sempre sentire giudicata e colpevole. Ma io resisto, forse perché ho avuto la fortuna di avere un padre con la mente aperta, che comprendeva (e forse condivideva) i miei dubbi e disorientamenti.
      Umberto Galimberti, quando ancora faceva il filosofo “come si deve”, diceva che la Fede è un atto della volontà. Come potrebbe essere diversamente se bisogna credere in qualcosa che non si vede e non si conosce veramente, se non di seconda mano?
      E Borges scriveva: “La nera barba pende sopra il petto./ Il volto non è il volto dei pittori./ È un volto duro, ebreo./ Non lo vedo/ e insisterò a cercarlo/ fino al giorno/ dei miei ultimi passi sulla terra”.
      Morale: resisto, cerco, insisto (non molto convintamente, lo devo ammettere)

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      1. La fede È un atto di volontà, nient’altro. Si scegli di “credere”, non si nasce credenti. Al massimo si vive senza farsi domande, accettando il tutto come un dato di fatto.

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      2. Mi ricorda la boiata di quelle che dicono che “madri si nasce”. Mavaff… Ti fai un mazzo pazzesco e impari quel che riesci a imparare, tra qui sopravvivere alla nascita di un figlio cercando di restare sano di mente, cosa di cui io – personalmente – non sono stata del tutto capace.

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      3. L’avrà detto un uomo! Stavo proprio riflettendo stamattina che prima di procreare si dovrebbe testare l’intelligenza emotiva, insieme a tutto il resto. Ma neanche questo basta a garantirti che sarai un genitore decente.

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      4. No, no, purtroppo l’ho sentito dire da qualche “mammina”!
        Per natura, sono contraria a test di ogni tipo (tranne quelli delle ricerche scientifiche di alto livello).
        Comunque, i cosiddetti “genitori biologici” possono fare come gli pare, quelli che vogliono adottare qualche bambino devono subire una trafila che… altro che test!
        Sul procreare, data la situazione globale in cui l’essere umano vive oggi, ho detto a mia figlia che se decidesse di non avere figli avrebbe il mio appoggio. Ma il compagno ne vuole, almeno uno…

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      5. A volte le donne sanno essere le peggiori nemiche delle altre donne. Io sconsiglio a tutte le mie amiche di mettere al mondo figli. A dire il vero, molte non ci pensano nemmeno.

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      6. In questo caso, insieme ai figli, partoriscono “idee” decisamente strampalate, forse per autoconvincersi, darsi forza, non so. Magari farti sentire inadeguata (ipotesi davvero misera).
        Io ricordo ancora una frase – di cui mi vergogno un po’ – che dissi quando mia figlia aveva solo 15 giorni: “Ma chi ce l’ha fatto fare?”, e mio marito pareva abbastanza d’accordo.
        Quando non sei una di quelle mammine che cucinano bene quando invitano i compagni di scuola, fanno i biscottini insieme a bambocci e bambocce, li portano in gruppo al parco, consentono loro di impiastrare la casa perché devono poter esprimere la loro creatività con pennelli o manate in cucina, sei finita.
        Quando mia figlia era piccola, camminavo rasente ai muri per non dovermi incontrare e “confrontare” con certi modelli, o organizzare pomeriggi nelle varie case (nella mia, sarebbero stati decisamente più essenziali, ma – seppur sempre con una certa riluttanza – mi sono fatta coraggio e non mi sono sottratta, tanto i bambocci si divertivano lo stesso).

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      7. Io non ho figli, non so se mai ne avrò.
        Da un lato vorrei essere padre (sono una scimmia anche io, l’istinto alla riproduzione vive in me come in tutti), dall’altro non mi sento di aver ancora detto “si” alla Vita: non so se riuscirò mai a farlo.

        Penso che sia comunque una scelta personalissima anche questa: ognuno dovrebbe decidere senza essere incoraggiato né da una parte né dall’altra.

        Se lo si fa con consapevolezza, si dimostra di avere grande coraggio, a mio modo di vedere.

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      8. Ho riflettuto un po’ su questo fatto e credo che il problema del cattolicesimo sia stato il mescolare l’istruzione morale (ciò che è giusto con ciò che è sbagliato, necessaria per stare nella civiltà degli uomini) con la spiritualità (percorso di liberazione interiore).
        Non è possibile fare l’una e l’altra cosa.

        Penso che un genitore lo faccia perché è spinto da un sentimento di amore; oltretutto la religione è identità e pertanto è in parte normale volerla trasmettere ai figli.

        Però, appunto, la Fede non si può trasmettere, è un atto personale che richiede la nostra presenza: se lo si fa per dovere, non funziona.
        È un po’ come il bene: se lo fai perché devi ubbidire ad un comandamento, sei fuori strada.

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      9. Spesso i genitori lo fanno per usanza. Semplicemente perché “così si fa”. Non lo vedo proprio come un atto d’amore imporre il battesimo (per quello che vale…) a un neonato incosciente. Il mio sbattezzo è stato un atto di leberazione, ad esempio. Che ho potuto fare da adulta e consapevole.

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      10. In molte famiglie lo si fa per tradizione effettivamente, nella mia in realtà non mi sembra.

        La religione è un sistema di valori e ci può anche stare che un genitore voglia avviare il proprio figlio ad essa (fa parte dell’educazione). Poi quando sarà grande deciderà se rimanere o meno.

        Il battesimo (ci avevo riflettuto qualche tempo fa) è un rituale bellissimo solo se fatto da adulti: il suo significato simbolico è stupendo (la rinascita), non a caso c’è in molte tradizioni e culture. Perciò da piccoli non ha alcun senso: meglio allora inventare un rito di “presentazione del neonato alla comunità”.

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      11. Sono d’accordissimo, Leonardo, e neanche nella mia famiglia non ha dominato la tradizione. La descrizione del comportamento di mia madre è di tipo caratteriale e riguardava la sua persona nel suo insieme.
        Se ho capito bene il tuo commento (e qui rispondo anche al tuo successivo), è normale che una religione tenda a trasmettere la sua visione del Bene e del Male e a dare certi orientamenti.
        Tra questi, ahinoi, ci sono – però, e tra le tante altre cose – i 10 comandamenti (anzi, 11, con quello del NT che, rispetto all’AT, è più improntato all’amore), difficilissimi da rispettare. Ma c’è anche l’infinita misericordia di Dio.
        Non so se il problema del cattolicesimo sia quello che dici tu (ne ha sempre avuti e continua ad averne fin troppi), ma credo che istruzione morale e spiritualità non siano inconciliabili. A volte, una persona tendente alla spiritualità arriva alla religione, oppure accade il contrario.
        Forse, la spiritualità (che, dal punto di vista linguistico, non significa “liberazione interiore” https://www.treccani.it/vocabolario/spiritualita/) può sussistere anche senza interesse o appartenenza religiosa…
        E la religione non è solo un codice morale, un sistema di valori: questi possono caratterizzare anche ambiti laici.
        Tutto scritto con beneficio d’inventario, eh. Spero di non aver dato l’impressione della saputella, perché in realtà ho alle spalle un percorso piuttosto sofferto di alti e bassi. Sono temi delicati e spinosi, questi, ed è difficile scriverne 🙂

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      1. Infatti noto che molti occidentali nel corso degli anni stanno abbracciando questo tipo di spiritualismo. In certi punti però non abbiamo una comprensione completa perché ancora molto radicati al nostro mondo.

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      2. Già, occorre una deolizione delle vecchie credenze e soprattutto un nuovo modo di pensare, per potersi avvicinare a certi concetti. Ad esempio, l’accettazione. Molto frainteso come concetto!

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  4. Una volta partecipai ad una seduta di meditazione con le campane tibetane. Devo dire che fu molto scomodo star sedyta senza uno schienale ma il suono era talmente bello che adesso ogni tanto vado a cercare qualche video per risentirle. Ma non ho mai abbracciato alcun tipo di religione anche se ho avuto una fidanzata buddista.

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