Io e i social

Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta..ed è la più terribile delle stanchezze.Non è pesante come la stanchezza del corpo..e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo…una impossibilità di respirare con l’anima.”
Pessoa

Quando pubblicai questa citazione su Instagram avvertivo già chiaramente il peso di essere in un contesto non adatto a me. Con i social ci ho provato più volte ma sembra che io abbia qualcosa che inevitabilmente me li renda odiosamente nemici. Tanti anni fa aprii la mia prima pagina su Facebook, si chiamava Figlia del vento e la vidi crescere con piacere fino a quando per diverbi interni non decisi di chiuderla. Un’ altra mia creazione a cui ero particolarmente legata la chiamai Le affinità elettive, ma pure questa andò incontro ad un triste epilogo. All’epoca quel social era molto vivace e attivo, si cresceva subito e con il solo passaparola o pubblicandosi tra pagine amiche. Non c’era ancora minimamente l’ombra di post sponsorizzati, non si pagava per essere visti. Era ancora tutto relativamente nuovo e elettrizzante, la gente commentava e condivideva e bastava poco a farti sentire importante e felice. Certo, se questo era ciò che desideravi. Per me i problemi, contrariamente al resto del mondo, sono sempre arrivati appunto dal seguito. Sono sempre scappata quando i numeri cominciavano a salire; mi ha sempre spaventato il fatto che troppi mi leggessero e magari si aspettassero qualcosa da me. Anni dopo, un bel po’ di anni dopo, ho constatato lo stesso meccanismo su Instagram, o meglio, sul bookstagram, come viene chiamato nel gergo dei bibliofili: quella nicchia del social dove si parla quasi esclusivamente di libri, entrando in contatto con un mondo nel mondo non esente da invidie, cattiverie e gelosie. E anche da assurde fatiche per diventare micro influencers!

All’improvviso mi è apparsa chiara e lampante l’inutilità di esserci. Il fatto che a me non me ne fregasse niente di give away, di freebie, di contest, di followers e repost mi ha ribadito ancora una volta che il mio bisogno di espressione non passa da quei canali. Il mio è come un messaggio in bottiglia lanciato in mare, che un giorno, forse, qualcuno leggerà. Uno scrivere fine a se stesso, forse, ma ugualmente terapeutico.

Un blog è perfetto per questo. È come un diario non tanto segreto, in fondo.

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Tutto ciò che è sulla terra morirà

Michel Bussi inizialmente scrisse questo libro con uno pseudonimo, perché, come lui stesso afferma nella prefazione, si distaccava dal suo genere e voleva dal pubblico un giudizio non condizionato dalla notorietà del suo nome. Essendo stato accolto con favore, ecco qua questo mattoncino di poco più di seicento pagine fresco fresco di stampa.

La vicenda abbraccia una grande vastità di teorie alternative alla Storia che tutti conosciamo, prendendo principalmente il mito di Noè come spunto per narrare un’avventura mozzafiato. Io che queste teorie le conosco da molti anni, ho comunque apprezzato l’originalità della trama anche se personalmente avrei preferito meno crudezza in molte scene, ma comprendo perfettamente l’esigenza di realismo dell’autore.

Non avendo letto altre sue opere, posso giudicare soltanto questo romanzo e affermare tranquillamente che vale il suo prezzo e il tempo speso a leggerlo. Il talento di uno scrittore, a mio avviso, si misura dal piacere che ti da leggerlo grazie alla scelta accurata dei vocaboli, all’abilità di intrecciarli nei periodi, alla minuziosità con cui tratteggia i personaggi, all’originalità della trama. Insomma, un libro di successo è un’opera completa in tutto e per tutto ed è sempre una gradita sorpresa arrivare all’ultima pagina esclamando: ” Oh, che bella lettura!”.

Purtroppo al giorno d’oggi è sempre più difficile potersi dire pienamente soddisfatti di un libro vista la marea di autopubblicazioni di pseudoscrittori, di retelling anche famosissimi fatti dagli stessi autori per mungere ancora un po’ i lettori affezionati, di influencers ai quali gli editori pubblicherebbero persino la lista della spesa.. Fortunatamente, non in questo caso!

Lasciarsi cullare dalle onde

Prendersi cura, proprio come una madre, della propria limitatezza umana.

Condivido questo articolo dal blog Ken Zen Ichinyo che seguo da tempo trovando sempre nuovi spunti di riflessione e di auto-miglioramento.

https://www.kenzenichinyo.blog/2020/01/lasciarsi-cullare-dalle-onde-lo.html?fbclid=IwAR1P9H5WOe4S0QH5WSds–rbbLhHtVJdjeTyPUgteWc70mIR4l896s5GgL0

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Fede

“Se fai il primo passo con la fede,
non hai bisogno di vedere l’intera scala.”

Martin Luther King

Ho sempre detto di me che sono nata sprovvista di fede, non ho mai percepito in me la capacità di credere in quanto all’epoca mi veniva praticamente imposto, ossia il cattolicesimo. Uno dei miei primi ricordi del catechismo è di me seduta in un banco di chiesa che mi guardo intorno e penso :”Io non sono come loro…ma come fanno? Ci credono veramente?”. Ovviamente non so dire se lo stesso approccio ad un’altra religione avrebbe dato il medesimo risultato, fatto sta che da quella primissima constatazione è seguita una vita di mancanza e ricerca che tutt’ora non si placa.

Ora di anni ne ho quarantasei e ho dovuto riconsiderare molte cose che supponevo di non credere. Anch’io, a mio modo, ho prestato fede a qualcosa. La sola differenza consiste nella durata effimera del mio slancio. Il mio spirito perennemente insoddisfatto non mi ha mai permesso di considerarsi arrivato al punto da dire :”Ecco! Ho trovato il mio posto, il mio senso, il mio scopo!”. In realtà penso che siamo in tanti, esseri irrequieti che si arrampicano e si arrangiano tra mille dubbi dove altri ostentano prepotentemente certezze che vacillano alla minima scossa. Forse è un bene. Forse no. Sinceramente, non conosco altro modo di essere e se c’è una cosa che ho imparato negli anni è che a un certo punto smetti di cercare e semplicemente vivi, perché la vita stessa è il risultato di quella affannosa ricerca, solo che puoi arrivare a comprenderlo soltanto al momento giusto.

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“La voce che mi guida”, il viaggio di uno sciamano e la responsabilità di essere un prescelto

Uno scrittore mongolo e il realismo magico (da Calvino ai Rolling Stones). Il viaggio sull’isola di Olkhon e il misterioso suono di tamburi dalla yurta.

https://www.corriere.it/sette/cultura-societa/21_giugno_08/voce-che-mi-guida-viaggio-uno-sciamano-responsabilita-essere-prescelto-5e3dfd1c-c2e0-11eb-8124-01fce1738742.shtml

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Paura della morte, paura della vita

Molti di noi hanno paura di morire perché non sanno che cosa voglia dire vivere. Non sappiamo come vivere quindi non sappiamo come morire. Finché avremo paura della Vita avremo paura anche della morte. L’uomo che non ha paura della Vita non ha paura di essere totalmente insicuro poiché comprende che intimamente, psicologicamente, non esiste sicurezza. Quando non esiste sicurezza c’è un movimento senza fine e allora Vita e morte sono la stessa cosa. L’uomo che vive senza conflitto, che vive con la bellezza e con l’Amore, non ha paura della morte poiché amare è morire.
Se morite a tutto ciò che conoscete, inclusa la vostra famiglia, i vostri ricordi, qualsiasi cosa abbiate provato, allora la morte è una purificazione, un processo di ringiovanimento, allora la morte genera innocenza, e solo chi è innocuo è appassionato, non la gente che crede o vuole scoprire quello che succede dopo la morte.
Per scoprire realmente cosa succede quando morite, bisogna che moriate. Questo non è uno scherzo. Dovete morire – non fisicamente, ma psicologicamente, nel vostro intimo, morire a tutto ciò che avete avuto caro o che vi ha causato dolore. Se morite ad uno dei vostri piaceri, il più piccolo o il più grande, in modo naturale, senza sforzo o discussioni, allora conoscerete cosa vuol dire morire. Morire vuol dire avere una mente completamente vuota di sé stessa, vuota dei suoi quotidiani desideri, piaceri, angosce. La morte è un rinnovamento, un mutamento in cui il pensiero non interviene, poiché il pensiero è vecchio; quando c’è morte c’è qualcosa di completamente nuovo. La libertà dal conosciuto è morte; e allora vivete.

Krishnamurti
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Fame d’Amore

“Se cresci
senza nessuno che ti dica
che sei bello o che sei bravo, senza una parola di conforto
che ti rassicuri
dandoti il tuo posto al sole
nel mondo,
niente sarà mai abbastanza
per ripagarti di quel silenzio. Dentro
resterai sempre
un bambino
affamato di gentilezza,
che si sente brutto,
incapace e manchevole,
qualsiasi cosa accada.
E non importa se,
nel frattempo,
sei diventato
la più bella delle creature.”

Ferzan Ozpetek
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Passaggio in India

Nell’India frammentata tra Islam e Induismo, una vicenda mette in luce il profondo divario tra l’Europa e questa terra variopinta al tempo del colonialismo.


La diversa concezione morale che vede contrapposti Oriente e Occidente si mostra in tutta la sua enormità nel rapporto tra Aziz e Fielding.
L’indiano, profondamente ferito dalle ingiuste accuse mosse a suo carico, non accoglie col sollievo che ci si sarebbe aspettato il suo proscioglimento. Tutto sembra confermare quanto celava nell’animo, nascondendolo pure a se stesso.

Il divario psicologico che separa i due amici sembra divenire incolmabile. Aziz torna a sentirsi “indiano”, come se prima, cedendo alla bontà del suo spirito assecondando il moto d’affetto verso un inglese, avesse rinnegato la sua essenza. Si avverte una triste chiusura, una mancata opportunità di scambio che avrebbe arricchito entrambi.


Mentre tutto fa presagire ad un finale scontato, si intravede uno spiraglio di luce che fa sperare in un futuro migliore dove ci si comprenderà oltre le differenze che ci contraddistinguono.

Un libro che fa riflettere su quanto l’ambiente e la propria cultura di origine siano in grado di plasmare ciò che siamo fino a farci credere tutti irrimediabilmente diversi.