Frammenti di inconscio

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Ultimamente, complice i malesseri sempre più diffusi che ci affliggono, si parla molto di psicologia, di psicoanalisi e quant’altro. Nonostante i progressi compiuti nell’ambito delle terapie e dei trattamenti dei vari disturbi, ritengo che l’approccio junghiano sia uno strumento sempre attuale e il più adatto a dipanare la matassa della nostra psiche.
Questo lavoro non è qualcosa che si può affrontare in autonomia, è un illuso chi ci crede e un truffatore chi spaccia metodi per poterlo fare.
Jung paragona l’Io a un uomo che naviga sul mare dell’inconscio con la sua barca, robusta o fragile che sia, e che issa a bordo i pesci (i contenuti inconsci) che cattura. Tuttavia non potrà caricare la barca più di quanto essa possa sopportare perché se ne pescasse troppi affonderebbe.

L’uomo preferisce non sapere, ama vivere nella sua beata ignoranza credendo di poter fluttuare leggero nei cieli creati dalla sua mente.
Purtroppo però, chi ha veramente a cuore scoprire chi è, si incammina in un viaggio in discesa verso l’abisso, perché sa che è laggiù che sono racchiuse tutte le risposte.

Quando ci illudiamo di aver capito qualcosa in più di noi, di aver conosciuto un pezzo della nostra ombra, e magari ci scarichiamo la coscienza confessando quella che ai nostri occhi appare ormai un’umana debolezza, non abbiamo affatto caricato la nostra barca. Non abbiamo pescato un bel niente. Nel momento in cui veramente integriamo una parte di noi che è sempre rimasta nascosta sotto la superficie, avverrà un cambiamento, di cui non avremo controllo. Semplicemente avverrà e dovremo imparare a rimanere a galla.

Non a caso la pietra filosofale non era nulla di volatile o leggero: era, appunto, una pietra.

Vi invito a leggere l’articolo da cui ho tratto questa riflessione: https://www.jungitalia.it/2017/08/15/integrare-contenuti-inconsci-seminari-zarathustra/?fbclid=IwAR35tRs8VKf_5-9wi3jn7dlbAMLfvuD4D1sj1pY-ciX-KHTlv-6Tvk1-kII

Rovine

Sotto la rabbia si cela il dolore. Un dolore grande come un buco nero che inghiotte ogni cosa. Eppure è l’unica via. Dobbiamo entrarci per uscire dall’altra parte trasformati. È umano aver paura di perdere il controllo ma una parte di noi sa perfettamente che non esiste altro modo per essere liberi.

Non è bello fare i conti con i propri fallimenti. La maggior parte della gente preferisce raccontarsi favole a cui finisce per credere, pur di non guardare in faccia la realtà. Non è facile affrontare i propri demoni, mettere le proprie sconfitte, riconoscere che abbiamo subito dei crolli ma che le macerie su cui abbiamo ricostruito sono destinate inevitabilmente a crollare. Non rimarrà in piedi nulla del nostro castello di illusioni, ma soltanto dalla sua caduta potremo ricominciare a creare qualcosa di veramente solido, perché basato sulla consapevolezza.

Qualcuno disse che il giorno in cui incontrerai te stesso ti scontrerai con il tuo incubo peggiore. Lo credo fermamente.

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle stop.

Complice l’irresistibile richiamo di un gruppo di lettura, sono finalmente riuscita a leggere questo libro di Fannie Flagg che giaceva nella mia lista da anni.

Non ho letto altro di questa scrittrice ma in questo romanzo il suo stile così sottile e delicato da raccontare tematiche importanti lasciando al lettore il compito di intuire il non detto, me l’ha fatta amare.

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle stop è strutturato in modo inconsueto, con diversi salti temporali e storie che si snodano parallelamente. La moltitudine di personaggi e di intrecci rende perfettamente l’idea della vita in un piccolo borgo della provincia americana, dagli anni ’30 e per i cinquanta a seguire.

Non è tuttavia difficile seguire la storia, ricostruendola interamente pagina dopo pagina, Merito dell’abile leggerezza di cui è maestra l’autrice, con la quale intreccia razzismo, omosessualità, pregiudizi, all’amore, all’amicizia, al rispetto.

Un romanzo di piacevole lettura, sempre attuale, che fa riflettere anche oggi, perché nonostante cambino i contesti, le dinamiche umane restano sempre le stesse.

Nuova eclissi

Ancora sotto l’influsso dell’eclissi solare di dicembre, avanti con quella lunare! Evvai, non ci facciamo mancare niente,chi più ne ha più ne metta! Anche gli astri sottolineano la particolarità di questi tempi. Noi possiamo soltanto adeguarci o soccombere: adeguarci alle energie del momento, fluire con esse evitando inutilmente di contrastarle perché è una battaglia persa in partenza.

Secondo l’astrologia vedica gli influssi delle eclissi sono particolarmente potenti e mai benefici, secondo l’antica religione invece le energie sono soltanto amplificate e dunque sfruttabili al meglio con la giusta consapevolezza.

Dato che ormai la divisione è accentuata in ogni aspetto del quotidiano, come districarci in tutto questo? Ascoltandoci, facendo silenzio interiore e fidandoci di ciò che sentiamo. Sia che siamo propensi a vedere il negativo, sia che propendiamo più per il positivo, non dimentichiamoci che la via giusta è sempre quella del discernimento e dell’equilibrio.

Buon eclissi a tutti!

Legàmi

Ogni atomo dell’universo è solo eppure è legato agli altri da invisibili legami. Per noi è lo stesso. Soltanto, noi vogliamo essere consapevoli di quei legami che, semplicemente, sono. Indipendentemente dalla nostra coscienza.
Tutti percepiamo il nostro nocciolo di profonda solitudine. Probabilmente è una prerogativa umana. L’uomo è un ibrido mal riuscito. Passiamo tutta la vita soli, sforzandoci e illudendoci di sentirci parte del Tutto. E anche se sappiamo di esserlo, non possiamo sentirlo.
Siamo talmente imperfetti che stoniamo con la meraviglia della Natura e del Cosmo.

Toro Seduto. La vera storia

Qualora si decida di abbandonare gli stereotipi sui nativi americani e di conoscere la loro storia, ci si prepari ad andare incontro a tanto dolore.

Quella di Toro Seduto raccontata dal suo bis-nipote, Ernie La Pointe, non è straziante come quella di Tashunka Uitko ma altrettanto terribile. Uno dei più grandi capo tribù dei Lakota, un Danzatore del Sole, un uomo “sacro”, ucciso a tradimento per mano del suo stesso sangue. Reo di non aver voluto rinnegare la propria spiritualità, come già era stato costretto a fare con la propria vita. Era diventato scomodo Toro Seduto, l’ultimo dei Lakota ad entrare in una riserva, addirittura dopo Cavallo Pazzo, suo fedele amico. I suoi Hunkpapa cedettero in tanti alle lusinghe dei bianchi, furono quasi felici di abbracciare il loro modo di vivere, addirittura il loro Cristo. Lui no, e per questo la sua condanna era scritta.

Toro Seduto non meritava di finire in una riserva, non meritava di diventare l’attrazione di un circo ma soprattutto non meritava i colpi che l’hanno ucciso a bruciapelo, sulla soglia della capanna che era divenuta la sua casa.

A causa dell’enorme e dannoso influsso new age, si tende molto spesso a idealizzare questi popoli come portatori di pace e saggezza, tendendo a dimenticare- quando non deliberatamente a nascondere- che essi erano in realtà razziatori e guerrieri e comunque sia, in fondo, pur sempre uomini e come tali corruttibili. La superiorità della loro “religione” ( anche se l’uso di questo termine in questo caso non è corretto) consisteva nel riconoscimento della sacralità della Natura, nel suo profondo rispetto, ma richiedeva sacrifici e rituali severi ai quali non si poteva rinunciare. In verità, molti popoli, prima dell’arrivo del wasicu, l’uomo bianco, non godevano nemmeno nell’uccisione del nemico: era molto più importante sconfiggerlo umiliandolo, piuttosto che eliminarlo; dunque anche in questo mostravano senza dubbio una superiorità morale non indifferente. Fatto sta che col passare del tempo e con l’aumentare della carestia e della fame, perché così i nativi furono vinti, non deve sorprendere l’accettazione della resa e infine anche dei nuovi costumi. La resistenza di uomini come Toro Seduto gli rende solo onore.

Il tradimento di Toro Seduto ricadde sulle quattro generazioni future. Quella di Ernie La Pointe è la terza e la sua famiglia si è data un gran da fare per smentire le falsità dette e scritte sul suo avo, per ripristinarne la giusta memoria e per placare il suo spirito. Venire a conoscenza di simili bassezze da parte di gente appartenuta ad un popolo elevato come quello Lakota, non fa che confermare la matrice comune di tutti gli uomini, di ogni terra, religione e colore.

Prima dell’apocalisse

Lo descrivo con tre aggettivi: spiazzante, inquietante, allucinante.

Possiamo affermare senza alcun dubbio che tutto ciò che ci circonda è REALE? E noi? Siamo davvero reali?

Queste sono domande che rischiano di trascinarci in un vortice pericoloso e l’unica nostra speranza risiede in qualche meccanismo di autoconservazione che a un certo punto ci spinga ad archiviarle sotto la voce “assurdità”.

Si parla molto di reti neurali, di intelligenza artificiale sempre più presente nel nostro quotidiano per agevolarci in più modi, ma chi è nel settore sa anche che la singolarità, al momento soltanto ipotizzata, potrebbe pure realizzarsi, se l’uomo continua imperterrito a giocare a impersonare “dio”.

Ignoriamo troppi meccanismi del nostro cervello, figuriamoci quanto poco sappiamo della nostra mente che ne è il frutto. Fino a che punto ci spingeremo ma, soprattutto, saremo in grado di dire “Basta” , accecati dal nostro delirio di onnipotenza?

Le scoperte tecnologiche si susseguono a ritmo serrato. Paragonati ai millenni di evoluzione umana, gli ultimi due secoli (e chissà cosa ci aspetta in quello attuale) sono un concentrato esplosivo di crescita esponenziale. A qualche occhio disilluso il nostro potrebbe sembrare il proliferare di una metastasi nel magnifico organismo terrestre. Sinceramente, non avrebbe tutti i torti.

Siamo l’unico animale che gode nell’autodistruzione, ci sguazza e persevera nel trovare mezzi sempre più letali per cancellare la propria vita dalla superficie del pianeta.

Gli interrogativi che questo libro solleva, al di là della storia al cardiopalma, sono sacrosanti e legittimi; perché a volte anche un’opera di fantasia può servire a far prendere coscienza di un pericolo non così tanto remoto come si crede.

Il sentiero della Dea

Ha senso nel 2021 leggere e parlare di Dea, di magia e di streghe? Assolutamente si, anzi, oggi più che mai.

Per uscire dall’oblio in cui sono state gettate le nostre radici e con loro tutta la nostra cultura, ben venga chi diffonde la storia e l’Antica religione, per aiutarci a ritrovare il significato di noi stessi.

Phillys Curott è una sacerdotessa wiccan e una scrittrice di indubbio talento. Ne Il sentiero della Dea ci racconta della sua rinascita spirituale, grazie all’ingresso in un cerchio di donne. In un percorso di incontri lungo un anno, reimpara a fidarsi di se stessa e della saggezza della Natura che, come presto si avvede, è anche la sua. Non esiste divisione e se torniamo ad armonizzarci con la Madre, ce ne potremo accorgere e averne prove tangibili.

Nei secoli di repressione, con l’avvento di religioni asfissianti ,repressive e liberticide come il cattolicesimo, abbiamo perso la bussola per navigare su questa meravigliosa terra. Ci hanno inculcato che il corpo è immondo, che provare pulsioni è male, che disobbedire ai precetti è inammissibile, che nasciamo addirittura nel peccato. Hanno soffocato ogni voce che non fosse la loro, hanno torturato e bruciato sul rogo chi non rinnegava ciò che era o anche soltanto chi era sospettato di diversità. Tutto questo in nome di un dio infimo e misero, che se esistesse sarebbe praticamente uguale al loro tanto temuto satana.

Nonostante tutto, la magia esiste e resiste, perché è nell’aria che respiriamo, nel verde che ci riempie gli occhi e il cuore di gioia, nel blu del cielo solcato dal bianco delle nuvole di fronte al quale rimaniamo stupiti. E’ nella forza della Natura, nella sua duplice forma di Madre e Distruttrice. E’ ovunque c’è vita che non abbia dimenticato se stessa.

Quindi si, ha senso parlare di tutto questo ancora oggi, perché soltanto il ritorno a ciò che siamo ci potrà salvare.

Narrativa U.S.A. :tre romanzi per ragazzi

Per l’appuntamento odierno con Il salotto delle tane, ho cercato e scelto per voi tre libri per ragazzi che possono rivelarsi buone letture anche per adulti in cerca di svago, relax e distensione.

Ecco i titoli:

  • L’anno in cui imparai a raccontare storie, di Lauren Wolk
  • L’albero dei desideri, di Katherine Applegate
  • Julie dei lupi, di George J. Craighead

L’anno in cui imparai a raccontare storie è ambientato nel 1943 ed ha per protagonista una ragazzina alle prese con diverse situazioni difficili. Questo libro, finalista del Premio Andersen 2019, pare sia il degno erede de Il buio oltre la siepe, racchiudendo tra le sue pagine avventura, suspence ed impegno civile.

Ne L’albero dei desideri protagonista è Rubra, una grande quercia rossa che cresce in mezzo a un prato. Rubra dona riparo e rifugio agli animali del quartiere ed è chiamata “l’albero dei desideri” perché ogni anno, a maggio, vengono appesi ai suoi rami tanti foglietti colorati dove vengono trascritti desideri. La vita di una quercia è assai lunga e silenziosa, ma con l’arrivo di Samar, una giovane ospite della casa azzurra, si vedrà costretta a interrompere il suo silenzio…

Julie dei lupi ha per protagonista una ragazzina eschimese di tredici anni già sposata ad un estraneo che la terrorizza e dal quale decide di scappare, per rifugiarsi a san Francisco, dove abita la sua amica di penna. Nel lungo viaggio nella tundra, alle porte dell’inverno, la piccola Julie si affiderà alla protezione dei lupi e del loro branco. Dei lupi imparerà le regole e il linguaggio e strada facendo sarà costretta ad una scelta tra il vecchio mondo e il nuovo.

  • L’anno in cui imparai a raccontare storie
  • Lauren Wolk
  • Salani editore
  • pag. 278
  • € 14.90
  • L’albero dei desideri
  • Katherine Applegate
  • Mondadori editore
  • pag. 210
  • € 16
  • Julie dei lupi
  • George J. Craighead
  • Salani editore
  • pag. 158
  • € 12,90

Il libro dei Baltimore

Tutti indossiamo una maschera con la quale ci mostriamo al mondo. Non la togliamo mai, nemmeno con gli amici, i parenti, addirittura noi stessi. Ogni famiglia, si sa, ha i suoi segreti e quando questi segreti qualcuno li svela, sono destinate a cadere anche le maschere che li custodivano.

Definire Il libro dei Baltimore una saga familiare è limitarlo. E’ un’accurata introspezione nella psicologia e nelle dinamiche familiari e personali.

Ripercorriamo a ritroso la vita dei Goldman e man mano che retrocediamo spazziamo via la polvere che ne nasconde il vero volto al mondo.

Ciò che agli occhi di un bambino prima, e di un ragazzo poi, appariva meraviglioso e degno d’invidia; tutto quello che lo faceva sentire inferiore, inadeguato, e lo spingeva a voler raggiungere uno status per sentirsi parte di un qualcosa a cui anelava; tutto questo, al suo sguardo d’adulto appare finalmente com’è in realtà.

Si può quasi sentire il suo sospiro di sollievo misto a rimpianto, quando vede infrangersi tutte le illusioni del passato.

Sulla bravura di Dicker non nutrivo il minimo dubbio. Ho scelto questo libro, per approcciarmi a lui, proprio perché mi piacciono le storie di famiglia, amo le varie sfumature che emergono nei rapporti tra genitori, figli, fratelli, cugini e parenti tutti.

L’autore infatti non mi ha deluso.

Ho apprezzato particolarmente l’utilizzo dei flashback per raccontare la storia dal punto di vista di un giovane Marcus, nel presente scrittore di successo. Ne delinea abilmente lo sviluppo caratteriale nel tempo. Ci racconta della sua famiglia con aneddoti, fatti, ricordi, e proseguendo scopriamo con lui quanto sia vero il detto: “non è tutto oro quello che luccica”.

I Goldman di Baltimore, che ai suoi giovani occhi sembravano così belli, così ricchi, così perfetti e di successo; quei due cugini di cui invidiava il rapporto tanto esclusivo; alla fine si rivelano perfetti esseri umani, con difetti e debolezze, che commettono errori, anche irreparabili.

Non lasciatevi spaventare dalla sua mole, perché questo romanzo è estremamente scorrevole e talmente ben scritto che vi ritroverete in men che non si dica alla parola “fine”.

Se non avete mai letto Dicker, ve lo consiglio. Se lo conoscete, sono felice di essere finalmente anch’io parte della schiera delle sue fan.