Undici storie piccole di libertà + una / La vita è un soffio

Ringrazio profondamente Laura Cavani che mi ha permesso di conoscere i suoi preziosi libri, nei quali ha racchiuso se stessa per poi donarsi al mondo.

Il suo è uno scrivere netto, incisivo, tagliente come un bisturi, eppure non fa male: ogni sua parola è un sussurro al tuo cuore, una carezza che lenisce la tua inquietudine.

Laura è un’artista a tutto tondo, le sue parole sono intervallate da splendidi disegni da lei stessa realizzati e sono pronta a scommettere che riesca a esprimersi con talento persino in musica.

E’ una donna come tante che ha deciso di conoscersi, come poche. E dalle sue parole si comprende che c’è riuscita, che ora ha raggiunto quel traguardo che ai suoi occhi un tempo sembrava impossibile: la pace. La pace che nasce dall’accettazione di sé, dalla comprensione della nostra umanità così piena di difetti eppure così perfetta.

La vita è un viaggio, un percorso a volte pieno di insidie, di inganni, eppure meraviglioso e bellissimo. Per ogni dolore c’è una gioia che aspetta di essere trovata. Per ogni lacrima, un sorriso che attende di sbocciare.

Le storie di Laura donano speranza ma donano soprattutto forza. La forza di chi ce l’ha fatta e proprio per questo riesce a trasmetterla agli altri.

Grazie, Laura, per le tue parole, per aver visto in me un’anima pronta a comprenderle e a farne tesoro. Leggetela, vogliatevi bene e fiorite.

Romanzi americani: tre trasposizioni cinematografiche

Nell’immenso panorama letterario e cinematografico made in U.S.A. ho scelto per voi tre titoli molto diversi tra loro ma che nella trasposizione cinematografica non hanno perso minimamente il loro valore, come purtroppo invece avviene di solito. Sto parlando di

  • Fight club, di David Fincher
  • Shining, di Stanley Kubrick
  • Mangia Prega Ama, di Ryan Murphy

Fight club è tratto molto fedelmente da uno dei capolavori di Chuck Palaniuk, che prima di diventare la caricatura di se stesso, ci ha almeno regalato libri memorabili. David Fincher, che abbiamo già potuto apprezzare in Zodiac, Seven, Il curioso caso di Benjamin Button, alcuni tra i suoi film più noti, ha realizzato in questa trasposizione un’opera degna delle splendide pagine da cui è tratta.

Il film, che offre una visione altamente critica del consumismo e dell’alienazione dell’uomo moderno, è stato inserito nel 2008 al decimo posto nella classifica Lista dei 500 migliori film della storia secondo Empire (fonte Wikipedia).

Nel ruolo dello sconosciuto protagonista, di cui infatti ignoreremo sempre il nome, troviamo un Edward Norton in gran forma, affiancato da un ottimo Brad Pitt e una stupefacente Helena Bonham Carter.

La vita del nostro uomo è noiosa e frustrante. Lavora nel ramo assicurativo ed è schiavo del consumismo fine a se stesso, depresso e insonne. Tutto è destinato a cambiare nell’incontro con il misterioso Tyler Durden, col quale fonda il Fight club: un circolo segreto dove la sera ci si ritrova per picchiarsi e sfogarsi delle frustrazioni quotidiane. Col tempo il club si allarga, raccoglie sempre più adepti e si modifica in una cellula sovversiva con lo scopo di scardinare l’alienate società in cui vive.

Non posso dire altro senza spoilerare e rovinarvi la lettura o la visione di un capolavoro indiscusso. Se non lo conoscete, vi invito a rimediare al più presto. Ne vale assolutamente la pena!

Credo che tutti conosciate Shining, come film o come libro. Personalmente, credo sia uno dei rari casi in cui la pellicola superi addirittura l’opera da cui è tratta, ma penso che sia merito del genio di Kubrick dietro la macchina da presa. Chi, anche non avendolo visto, non ricorda Jack Nicholson con la sua faccia da pazzo mentre sfonda la porta del bagno con l’accetta? Ormai è un meme.

La storia si svolge all’ Overlook Hotel dove Jack Torrance accetta di passare l’inverno con mansioni da custode portando con se moglie e figlio, sensitivo. L’isolamento non sarà un problema, pensa anzi di potersi dedicare con calma alla stesura del suo romanzo. Non si preoccupa nemmeno quando il direttore lo informa che il precedente custode è stato vittima di un esaurimento nervoso che l’ha portato a sterminare i propri cari prima di suicidarsi. Ovviamente, scopriremo che non andrà affatto tutto bene, in un crescendo di tensione adrenalinica indimenticabile.

Mangia, prega, ama è un film del 2010 basato sull’omonimo romanzo di Elizabeth Gilbert.

Ho letto e apprezzato questo libro, con la sua scrittura fresca e vivace. Ho accompagnato Elizabeth nel suo viaggio alla ricerca di se stessa e della felicità perduta o mai veramente conquistata. Il film è stato interpretato da una splendida Julia Roberts, che col suo magnifico sorriso ha saputo perfettamente rendere l’idea di ciò che si prova quando si è finalmente sereni e in pace con se stessi. Insoddisfatta del suo lavoro e della sua relazione, Elizabeth parte per un anno sabbatico. Inizialmente si reca in Italia dove si colma di bellezza e di ottimo cibo. E’ poi la volta dell’India, dove soggiornerà in un ashram vivendo giornate di meditazione, servizio e preghiera. Infine approderà a Bali dove ritroverà il sorriso e, inaspettato, l’amore. Un romanzo delicato e un film leggero e anche divertente, molto consigliato a chi ha bisogno di un po’ di leggerezza.

La piccola Parigi

Com’è nascere e crescere in un piccolo quartiere di città che non ricorda quasi più nulla della sua storia?

Attraverso gli occhi di Lorenzo, protagonista di questo che può essere a tutti gli effetti considerato un romanzo di formazione, percorriamo i vicoli e le piazze della “piccola Parigi” di Trieste, così chiamata dal tempo della sua fondazione in epoca napoleonica.

I temi toccati in questa storia sono diversi: la famiglia non convenzionale, la solitudine, l’adolescenza, la droga, la malattia, l’amore. Tutto questo in un sapiente intreccio che si snoda tra le pagine e accompagna il nostro ragazzo dall’infanzia fino all’età adulta.

Lorenzo, crescendo e man mano che aumentano le sue esperienze nel mondo, si rende conto di quanto sia legato alle sue radici, di quanto debba ringraziarle per l’uomo che da esse si è sviluppato.

Ho amato questo libro fin da quando ho posato lo sguardo sulla sua copertina, con la sagoma di un gatto amabilmente seduto. Se questa storia fosse un film, infatti, i gatti ne sarebbero i migliori attori non protagonisti. Con la loro presenza hanno donato spessore e quel tocco in più che ha reso un libro bello, bellissimo.

Dal micio Benny, affidatogli dal suo amico costretto al trasloco, alla gatta Maria, abbandonata a tutti gli effetti dalla sua padroncina, Lorenzo apprende lezioni silenziose ma importanti e se ne accorge alla fine, quando vorrebbe riprendere la sua vita e si rende invece conto di quanto ormai sia indissolubilmente legata a quella felina.

La piccola Parigi ha il sapore del riscatto di chi ha combattuto le avversità e ce l’ha fatta ma più di tutto, di chi ha imparato qualcosa su se stesso e decide di condividerlo coraggiosamente con il mondo.

Grandi successi della narrativa americana

Oggi vi parlo di due grandi successi della letteratura americana che ho amato particolarmente.

  • Sulla strada, di Jack Kerouac
  • Straniero in terra straniera, di Robert Heinlein

Quando Kerouac, pieno di caffè e benzedrina, vomitò sul rotolo quello che diventò il suo maggior successo, non avrebbe mai creduto che sarebbe diventato il manifesto di quella Beat Generation di cui faceva parte. Il romanzo fu rifiutato più volte da diverse case editrici, a dimostrazione del fatto che spesso nemmeno gli editori si accorgono di aver tra le mani un capolavoro. Il mio incontro con questo libro avvenne a 18 anni e fu fulminante. Da allora ciò che mi lega a Kerouac è qualcosa di talmente profondo che resiste agli anni che passano, inalterabile. Sulla strada è un romanzo autobiografico, non è mai stata intenzione di Kerouac nascondersi dietro uno pseudonimo, credo anzi che il suo utilizzo gli servisse per spersonalizzare a se stesso la storia, per meglio raccontarla. In quelle pagine è racchiusa tutta l’irrequietezza di una generazione, di un’ epoca ma soprattutto di un’anima inquieta. E’ il racconto di un uomo spinto da un’irrefrenabile bisogno di trovarsi perdendosi. Si avverte chiaramente la nostalgia di fondo, la profonda solitudine che si cerca di mettere a tacere, la ricerca costante di un senso della propria vita. Ad un lettore poco attento, questo libro non piace. Negli anni ho trovato infatti sempre meno gente entusiasta di questa lettura. Per capire Kerouac, ma credo valga per ogni scrittore che metta nelle sue opere tanto di sé, occorre conoscere le sensazioni di cui parla, condividere lo stesso sentire. Allora la sua opera sarà in grado di toccare i tasti giusti, facendosi apprezzare per la meraviglia che è.

Straniero in terra straniera viene erroneamente classificato tra i romanzi di fantascienza ma è in realtà un’opera di narrativa a tutti gli effetti. Di mole poderosa ma di lettura scorrevole, questo capolavoro di Heinlein racconta la storia di un umano cresciuto su Marte che torna, adulto, sulla Terra dove dovrà integrarsi con la cultura dominante, così diversa da quella marziana. Protagonista è Michael Valentine Smith e deve imparare a comprendere concetti come “Dio”, “guerra”, “gelosia”, “avidità”. Imprigionato in un ospedale dal governo statunitense, scappa grazie alla collaborazione di un’infermiera e si rifugia presso un milionario dal carattere anticonvenzionale . Qui ha inizio la sua “educazione terrestre”. In seguito, Michael riuscirà di nuovo a sfuggire ai militari che lo cercano, girando per il mondo facendo le sue “magie” e fondando addirittura una Chiesa dove cerca di insegnare l’amore universale, sfidando i tradizionali valori di monogamia e proprietà privata. Purtroppo, come tutti i profeti, la fine di questo innocente è scontata: verrà lapidato e ucciso dal popolo bigotto in rivolta, che dimostra ancora una volta quanto sia forte la resistenza al cambiamento e che l’uomo, sempre pronto a lamentarsi, in fondo nella sua fangosa palude, ci sguazza felice. Una lettura consigliatissima e sempre attuale, oggi più che mai.

La voce delle cose perdute

Chi l’ha detto che le favole sono soltanto per bambini? Questo romanzo, d’esordio tra l’altro, è una storia che d’incanto ne ha da vendere.

Un bambino speciale, un negozio di dolci e un libro magico da ritrovare: questi sono gli ingredienti di una trama che mi ha fatto sognare, immalinconire e trepidare tutto il tempo.

La ricerca del piccolo Walter si trasforma in un percorso di consapevolezza e di crescita e, infine, di rinascita. Giunti all’epilogo ho gioito con lui e ho girato l’ultima pagina con un sorriso.

Sophie Chen Keller ha indubbiamente la stoffa per regalarci tanti bei libri in cui perderci.

Consigliatissimo, dunque, a chi ha voglia di sognare un po’, tornando per un attimo bambino e a chi ama i racconti che lasciano addosso una bellissima sensazione di positività.

Umana: ritorno sulla Terra

Il primo libro della trilogia di AriaWriter, Umana: ritorno sulla Terra ha catturato la mia attenzione fin dalla descrizione che l’autrice ne fa sulla piattaforma che lo ospita, Wattpad.

Mi piacciono i romanzi di fantascienza e ho iniziato a leggerlo convinta di ritrovarmi in una storia futuristica, e invece…Invece mi sono immersa in un’avventura dal ritmo serrato vissuta da personaggi dalla spiccata individualità: ragazzi che hanno intrapreso una missione senza ritorno, ognuno con le proprie motivazioni, diversissimi tra loro; giovani che lungo la strada imparano a conoscersi e a capire se stessi, che crescono e diventano adulti.

Umana: ritorno sulla Terra è un romanzo di fantascienza, d’avventura e di formazione; è una storia che avvince ma fa riflettere e commuovere.

E’ impossibile non immedesimarsi nelle forti emozioni provate da Kuran, nella fiera grinta di Shani, nel cupo dolore di Ulrik, nella ribellione di Thomas, nel desiderio di conoscenza di Hans. Soprattutto non si può non mettersi nei panni di Eva, l’unica “umana” del gruppo, che torna sul pianeta al quale appartiene e riscopre la sua essenza, la sua fragilità ma anche la sua profonda forza.

E’ un immenso piacere trovare scrittori emergenti di tale bravura, in grado di donarci lavori accurati, che meritano senza dubbio un posto sugli scaffali delle librerie. @AriaWriter ha talento, educazione, modestia e tenacia, qualità che le garantiranno un sicuro successo.

Io, intanto, non vedo l’ora di dare l’assalto al secondo volume, Umana: l’antico potere.

La Terra agli Umani!

Potete ancora leggere gratuitamente il libro di AriaWriter a questo link https://www.wattpad.com/story/178558855-umana-%E2%88%BD-ritorno-sulla-terra

Novant’anni: a scuola di vita

Non si diventa vecchi quando si compiono tanti anni, ma si diventa vecchi quando si perde la speranza.

Domenico Villone è una persona meravigliosa, positiva, energica, solare. Quando ha compiuto ottant’anni ha deciso di coronare il suo sogno: laurearsi. Si è iscritto alla facoltà di psicologia e quattro anni dopo ne è uscito con la sua pergamena in mano.

La sua tesi verteva proprio sull’autobiografia come strumento di autoanalisi. Ed ecco, dunque, questo libro, che ci accompagna lungo l’arco della sua vita, narrata con la stessa ferma dolcezza che traspare dai suoi occhi.

Domenico racconta aneddoti e vicissitudini senza mai cadere nell’autoindulgenza o nella scontata autocritica di cui a volte abbondano i memoriali. Il suo è un racconto semplice, come una chiacchierata tra amici che si ritrovano dopo tanto tempo, magari davanti a un caffè. Ci parla dei suoi ricordi con la lucida obiettività di chi ha compreso il segreto della vita: l’amore.

L’amore che lo lega a sua moglie Gladys, a cui la vita non ha risparmiato sofferenze, l’amore per i suoi figli, ma soprattutto l’amore che nasce dalla profonda comprensione del nostro ruolo di esseri umani.

Anche nelle pagine dove rammenta la guerra e lo sfollamento a Loreto, quello che ci commuove non è l’amarezza di quei giorni ma la speranza che sopravvive ugualmente, nonostante la follia del mondo.

Questo libro fa bene. E’ da leggere per imparare ad essere consapevoli di cosa è veramente importante, in questo esistere che troppo spesso sentiamo vuoto e senza senso. E’ da custodire e sfogliare ogni volta che lo sconforto ci coglie o l’amarezza prende il sopravvento.

Sono onorata di aver conosciuto quest’uomo e gli auguro tantissimi anni ancora su questa Terra, dove cammina regalando un sorriso a chiunque lo colga.

Shaman

Portare lo sciamanismo in Occidente è una grande sfida. Il nostro giudizio è sepolto sotto un mare di stereotipi e la nostra obiettività spesso risulta non pervenuta. Ya’acov Darling Khan ha provato su se stesso i limiti della nostra cultura e ha elaborato un metodo che consente la riconnessione col proprio potere personale, se si ha VERAMENTE voglia di riscoprirlo.

Si parte dal corpo, dal tornare a sentirlo liberamente e lasciarlo esprimere tramite il movimento. Ya’acov non caldeggia l’uso di sostanze psicotrope, anzi! L’unico mezzo per entrare nel giusto stato di coscienza è il ritmo di un tamburo, di cui fornisce anche la traccia audio. Il libro contiene diverse pratiche da attuare per gradi, accompagnate da un capitolo introduttivo dove illustra molte delle dinamiche interiori con le quali, chi intraprende questo “viaggio”, troverà a doversi confrontare.


Quello che ho apprezzato in maniera particolare è la sincerità di questo autore di cui, leggendo, si percepiscono i dubbi, i timori e le insicurezze che abbiamo TUTTI. Mi piace il fatto che non abbia sbandierato al mondo: “ecco il nuovo metodo per guarire le vostre vite!!” ma che con umiltà e parlando da pari a pari, illustri un modo tra i tanti per uscire dal guscio ( per alcuni confortevole, per altri meno) in cui siamo rinchiusi e aprire finalmente gli occhi sulla nostra realtà.

Quello che mi preoccupa e su cui anch’egli mette in guardia, è il lavoro sulle “ombre”. L’autore consiglia di interrompere il rituale e tornare a radicarsi nel presente qualora dovessero affiorare sensazioni spiacevoli o malesseri, ma quando si va a smuovere l’inconscio non si sa mai cosa si può trovare e soprattutto quale forma assuma per mostrarsi alla coscienza. Dunque io non consiglierei questo libro a un principiante, né a chi non è ben consapevole dell’ iceberg che nasconde sotto di sé.

Per il resto, oltre ad essere un pratico manuale per gli appassionati del settore, è anche una piacevole lettura in un oceano di pubblicazioni che lasciano il tempo che trovano, con l’unico scopo di arricchire le tasche degli autori, che magari non avranno nemmeno messo in pratica per un solo giorno quello che propinano come metodo miracoloso e rivoluzionario agli altri.


Lo sciamanismo è antico quanto l’uomo che calpesta questa Terra. Oggi più che mai c’è bisogno di ritrovare il proprio senso del divino, iniziando a cercarlo nell’unico luogo dove è possibile trovarlo: dentro di noi.


Ya’acov Darling Khan ci ha offerto un modo.

Gli spiriti non dimenticano

Mi è difficile parlare di questo libro senza sentirmi profondamente toccata dallo sdegno e dall’orrore che provo per le colonizzazioni, di qualsiasi epoca; ma non sono qui per i miei sproloqui sulla cecità di noi “visi pallidi”, vili calpestatori di millenarie culture.

Il mio compito, oggi, è di raccontarvi, brevemente, una storia. La vita di un uomo fuori dal comune, il cui nome è divenuto leggenda. Il mondo lo ricorda come Cavallo Pazzo, ma il suo nome, forse-perché quando si tratta di lui, nulla è certo- era Tashunka Uitko. Un uomo come noi, che è stato bambino in una terra impregnata di magico mistero, dove la vita non era mai facile ma trascorreva anche lieta, nella sua semplice quotidianità scandita dai ritmi delle stagioni.

Tashunka era solo un ragazzino quando fece ritorno al suo accampamento e lo trovò sterminato. Imparò presto a diffidare degli uas’ ichu, “i ladri di grasso”, come venivano appellati (giustamente) i colonizzatori del continente nordamericano, che facevano promesse puntualmente tradite, uomini senza onore, senza rispetto, senza dignità.

Questo ragazzo crebbe e divenne un uomo che si sentì chiamato a lottare con tutte le sue forze per difendere la sua terra e il suo popolo da un usurpatore impietoso e sleale, fino all’ultimo respiro. Anche quando fu consapevole dell’inevitabile disfatta, perché non era né sciocco né cieco, riuscì a radunare tutti i clan Lakota per quella che passò alla storia come la più grande battaglia e disfatta americana in tutti quegli anni di guerra. Little Big Horn fu una vittoria, agli occhi di molti, ma sono certa che lui fosse consapevole che il loro destino di popolo libero era ormai segnato. Fu però una piccola rivalsa, per tutti i loro morti profanati, per tutti i famosi patti disattesi, per lo sterminio dei bisonti che li stava riducendo alla fame. Fu il canto del cigno.

Tashunka Uitko era un grandissimo guerriero, il suo carisma nasceva dalla fedeltà nella sua missione. Egli si sentiva investito di un compito. Quando era turbato o sofferente, si ritirava sulle montagne sacre, le Paha Sapa, dimora del Grande Mistero, e attendeva un segno, che poteva anche non arrivare. Non è mai stato un capo tribù ma tutti lo onoravano e lo seguivano, per il coraggio e la fede che mostrava. Purtroppo, la sua sorte, racchiusa proprio nella stessa visione che l’aveva consacrato, è tragica e amara. Non si può proprio restare indifferenti al tradimento di quest’uomo che aveva dignità, onore, rispetto, tutto quello che all’uomo bianco mancava. Sembra una storia destinata a ripetersi in eterno. Cavallo Pazzo era un uomo di pace costretto a fare la guerra, a difendere con tutte le sue forze l’unico modo di vivere che conosceva, che mai avrebbe rinnegato. Anche alla fine, quando giurò che non avrebbe mai più combattuto, e ridotto ad un profugo sulla sua terra insieme a quei pochi che restavano dei suoi Oglagla affamati e stremati dopo l’ennesimo vile attacco, entrò nella riserva dove la maggior parte dei capi tribù aveva già accettato di rinchiudersi; quando proprio dal suo stesso popolo per meschina invidia fu tradito, Tashunka accettò con dignità il suo destino, abbracciò la sorte che il grande Spirito aveva deciso per lui con la consapevolezza di aver fatto il possibile, da uomo che ha sbagliato e continuato a tentare fin quando ha potuto.

Il grande Cavallo Pazzo morì trafitto alla schiena, colpito alle spalle da un vigliacco che altro non era. Ma sono certa che lui se l’aspettava, aveva già capito tutto. E comunque, il suo spirito vive e vivrà sempre. E ogni volta che qualcuno gli renderà il giusto onore raccontando la sua storia, vivendola attraverso il ricordo di quei terribili anni, soffrendo per le ingiustizie subite da ogni popolo annientato in nome di una presunta “civiltà”, mi piace pensare che lui lo sappia e magari gli sorrida e con il verso di un falco gli porti il suo saluto.

Perché gli spiriti non dimenticano.

Non è mezzanotte chi vuole

Ci sono libri che per essere letti fanno faticare ma se ci si rimbocca le maniche e non ci si scoraggia, possono abbondantemente ripagare del tempo speso tra le loro pagine

Non è mezzanotte chi vuole è uno di questi.

La narrazione è un lungo flusso di coscienza che si riesce a malapena a seguire grazie alle numerose reiterazioni all’interno del periodo, che può occupare tranquillamente un’intera pagina. La vicenda si svolge lungo l’arco di un weekend in cui la protagonista, una donna di mezz’età, si reca nella casa estiva della sua infanzia, prima che venga venduta.

Quello che abbiamo tra le mani è un libro molto forte, pieno di dolore e solitudine. Se si ha l’animo giusto per comprenderlo è una lettura dolorosa ma bellissima.

Attraverso i ricordi narrati in prima persona, entriamo nella mente di questa donna di cui non conosceremo nemmeno il nome ma arriveremo a scoprire l’enorme vuoto che la divora dentro. Quando si guarda indietro pensa a chi “abbia distribuito a casaccio i suoi anni”; si domanda se sia mai stata felice e arriva a credere di esserlo stata; che anche se la sua infanzia non ha conosciuto gioia e spensieratezza, in fondo era meglio del nulla che ora la annienta.

A volte il senso di non-essere è così forte da riuscire a sovrastare la ragione.

Le pagine si susseguono veloci come il ritmo dei pensieri. L’illusione di essere stata amata dal padre, il dolore per una madre scostante, i fratelli, ognuno con la sua solitudine. La triste realtà del matrimonio dei suoi genitori alla quale compensa sposandosi quasi per gratitudine ad un uomo che l’ha “notata”. La perdita di un figlio, un malattia che l’ha mutilata, il lento sgretolarsi della sua relazione. Nessuno sconto in questa vita eppure nessun vittimismo, nessuna rassegnazione. Soltanto un’emozione traspare: la tragica consapevolezza di non essere riuscita in niente, di non essere niente.

Tutte le figure che ci presenta ci appaiono chiuse nella loro bolla di egoistico distacco. Manca il senso di comunione e appartenenza che ci si aspetterebbe in una famiglia, in un matrimonio, un’amicizia. Lei se ne accorge perfettamente ma abbiamo come l’impressione che non gliene importi. Non sa più che farsene di attenzioni e carezze. Ormai è troppo tardi per qualsiasi cosa e per chiunque.

A noi lettori non resta che accompagnarla fino alla fine, per conoscere il destino che l’attende.

Anche se non sappiamo il suo nome, non la dimenticheremo.