Il monaco che vendette la sua Ferrari

Non sarò clemente con questo “libro”.


Penso che sia l’ennesima trovata newaggiana che va ad ingrossare le fila di migliaia di testi che promettono, a noi occidentali irrequieti e insoddisfatti, una dottrina semplice, una pratica spicciola, per “illuminarsi’ e trovare finalmente il senso di questo vivere.

Già dalle prime pagine ho iniziato a storcere il naso. Arrivata a metà ho dovuto resistere all’impulso di gettarlo. Poi mi sono fatta forza e ho deciso di arrivare fino alla fine, per vedere quante altre frasi fatte spirituali avrei potuto sopportare di leggere.

Qui dentro c’è un po’ di tutto, come in un minestrone che mescola concetti buddhisti a casaccio, senza il minimo riguardo per una filosofia millenaria.


È ovvio che un “libro” come questo sia stato pubblicato e abbia venduto più di 90.000 copie: troppa gente è alla ricerca di una soluzione semplice che metta fine alla propria insoddisfazione; troppi sono abbagliati dal miraggio del “pensiero positivo” che magicamente realizzerebbe ogni desiderio.

E no miei cari, non bastano 21 giorni a cambiare la vostra vita e nemmeno 15 minuti al giorno di quella che in queste pagine viene spacciata per “meditazione”!
Mi dispiace per questi sognatori faciloni ma quello che cercano non lo troveranno di certo ad un fast-food spirituale, né tantomeno in un manualetto che insegna a cambiare la propria vita in un baleno.


Questo è soltanto un altro titolo che va a ingrossare il conto in banca dell’astuto autore che cavalca la nuova onda di “risveglio spirituale”, mentre contribuisce a impoverire e a confondere ancora di più chi lo acquista spinto da un vero bisogno.


Bocciato senza appello.

A volte anche la luna è piatta, di Gianni Brandi

Questo romanzo è una sorpresa continua, pagina dopo pagina mi sono ritrovata a stupirmi e a non vedere l’ ora di conoscerne l’epilogo.


La vita di Roberto sta per cambiare irrimediabilmente. All’improvviso, Martina, sua figlia, sparisce nel nulla, come se non fosse mai esistita e lui si ritrova a vivere in una realtà distorta di cui fatica a venire a capo. Sua moglie lo guarda come se fosse impazzito e gli dice che non hanno mai avuto figli. A scuola nessuno ha mai sentito parlare della bambina e non figura nemmeno all’anagrafe. Cosa è accaduto?

Con un ritmo serrato che coinvolge totalmente nella lettura, ci uniamo al protagonista nella ricerca spasmodica della verità. Ci ritroveremo catapultati indietro nel tempo e addirittura in altre vite ,fino ad un finale che, personalmente, mi ha lasciato senza parole.

Un’atmosfera Lynchiana, surreale e suggestiva, fa da cornice ad un insolito mix tra metafisica e fantascienza; stuzzicante al punto giusto e che mantiene viva l’attenzione e la curiosità del lettore fino alla fine.

“A volte anche la luna è piatta” è una storia che vi porterà lontano, nei luoghi e nel tempo. E sono sicura che vi piacerà molto, così come è piaciuta a me.

Cronache di un Mesotes, di Alberto Grandi

Se amate la fantascienza e l’avventura, questo è il libro che fa per voi.

Quattro terrestri vengono reclutati per unirsi ad altre razze del cosmo nel combattere una sanguinosa guerra contro il Portatore, distruttore di mondi e creatore di mostruosi eserciti. Nel ritmo serrato delle vicende e delle battaglie, trovano spazio, come spiragli di luce, la filosofia, l’amicizia, il coraggio e la lealtà.

È stata una sorpresa e un piacere leggere questo primo lavoro di Alberto Grandi, che ha riversato in queste pagine non soltanto il suo talento ma anche molto di sé, della sua etica e della sua disciplina, dimostrando che si può scrivere di qualsiasi argomento senza mancare di profondità e regalando ai suoi lettori un’avventura di cui attendere con trepidazione il seguito.

N.S.O.E.

N.S.O.E. è un romanzo originale, riflessivo e a tratti meravigliosamente poetico.

Quattro uomini e tre donne attraversano insieme gli Stati Uniti d’ America da New York a Los Angeles, ognuno col suo sogno nascosto e la speranza di vederlo realizzare. Mentre ci accompagnano nel viaggio, queste pagine mostrano vividi agli occhi della mente stupendi paesaggi in cui perdersi di meraviglia assieme ai protagonisti e, nel frattempo, ci permettono di scoprire a poco a poco i segreti che hanno portato i sette sconosciuti ad intraprendere questa insolita avventura.

Ci accorgiamo, proseguendo la lettura, di come in ciascuno di loro sia presente anche un poco di noi, perché in fondo i dolori, le illusioni, i sogni e le speranze che accomunano gli uomini e le donne di questa Terra, sono sempre gli stessi .

Viviamo per trovare un senso a questa vita, perché non possiamo umanamente accettare di esistere e basta: non è nella nostra natura. Ma cosa da senso all’esistenza se non un sogno? E scopriamo così che tutti ne abbiamo uno, anche chi non lo confessa nemmeno a se stesso. Nelle parole di Vansky è racchiuso molto di più di una bellissima storia da leggere: un messaggio d’amore e di speranza che, girata l’ultima pagina, ti lascia con un sorriso e con la voglia di lottare in quanto credi, sempre e comunque; nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente intralceranno la strada. Quando una semplice lettura è capace di farti provare questo, siamo sicuramente di fronte ad un buon libro.

Angelitos

Questo è un piccolo libro, avrei potuto leggerlo tutto d’un fiato, ma non è una lettura facile né un racconto che, girata l’ultima pagina, si dimentica.

Angelito aveva 12 anni quando è stato gettato da un ponte di 125 mt dopo essersi rifiutato di sparare a un autista di bus, che vi transitava sopra, per essere iniziato alla mara guatemalteca. Martina Dei Cas ha donato al mondo l’opportunità di conoscere la storia di questo bambino, che sognava di fare l’architetto, della sua famiglia, delle condizioni in cui è costretto chi ha la sfortuna di vivere dalla parte sbagliata del mondo o talvolta soltanto di una città o di un quartiere.

Ti si spacca il cuore a leggere queste pagine e ti dici che sì, l’inferno esiste ed è su questa terra. Si fa fatica a raccontare la lotta per conservare la propria integrità e umanità in un luogo che fa di tutto per portartela via e la rassegnazione che spesso traspare da chi è semplicemente stanco di lottare perché non ne ha le forze, perché è già difficile procurarsi da mangiare e il solo sopravvivere.

La verità è che «anche se tu riesci ad abbandonare la strada, la strada non abbandonerà mai te».

Fortunatamente, qui ci sono anche angeli che ogni giorno, lottando contro la violenza, il cieco odio, la vendetta e l’omertà, cercano di salvare quante più anime possibili, sapendo che anche una soltanto che ci riesce, dona la forza di rialzarsi ad altre cento. Scopriamo così l’esistenza del Mojoca “la prima organizzazione di auto-mutuo aiuto per ragazzi di strada di Città del Guatemala” presente da anni sul territorio, che avvicina ragazzi e ragazze che vivono in strada, aiutandoli a sfuggire dalle mani della malavita, lottando contro i pregiudizi e le discriminazioni che infestano le istituzioni e impediscono a chiunque voglia riscattarsi di poterlo fare.

Grazie a Gerard Lutte, suo fondatore, e a quanti ogni giorno collaborano con lui, Martina ha conosciuto Luis, il padre di Angelito, e la storia di suo figlio ha potuto essere ascoltata e diffusa anche in Europa, dove la sua morte era vergognosamente passata inosservata.

Ora sta a noi lettori continuare a far si che il mondo conosca e non dimentichi perché:

Nessuna persona muore davvero finché la sua voce riecheggia sulle labbra e nei gesti di coloro che restano.

Gambetto veneziano

Ho apprezzato molto la lettura di questo romanzo, la sua curata ambientazione storica e l’azione che riesce a catturarti nella lettura fino all’ultima pagina. Quattro i protagonisti, che per caso si ritrovano a diventare compagni di vita e d’avventura: Lavinia, ragazza del mistero; Orfeo, geniale musico; Romano, ex-soldato e baro; e Bonifacio, un simpatico furfante. Sullo sfondo, l’Italia del XVII secolo.

La nostra storia inizia in una taverna, dove Bonifacio fa il suo ingresso in cerca di ristoro e Romano, assieme al giovane nipote Michele, è intento a “spennare” uno sprovveduto a carte. Orfeo si sta esibendo nell’arte in cui è maestro, e una vecchia strega (in verità una splendida ragazza) si avvicina al bancone mendicando qualche moneta. L’azione entra subito nel vivo in seguito al rifiuto del malcapitato giocatore di pagare il dovuto per la perdita della partita: egli si ripresenta nella locanda accompagnato da alcuni bravi che uccideranno il ragazzo e in seguito alla colluttazione i quattro, stretti in involontario sodalizio, si vedranno costretti a prender la fuga.

Orfeo, ex musico alla corte del duca di Mantova, riesce a rientrarne nelle grazie in merito all’amore che ancora lo lega alla duchessa; portando con sé quelli che ormai sono diventati i suoi compagni. Qui facciamo la conoscenza di un personaggio esilarante: il duca stesso. L’autore ha saputo renderne perfettamente la vanagloria e la vigliaccheria e difficilmente si potrà resistere all’impulso di ridere di lui. La duchessa, d’altro canto, è una donna forte e pragmatica e anche se nello svolgersi della trama rivestirà un ruolo secondario, s’intuisce molto bene che sarà in grado di affrontare le conseguenze delle azioni dello sconsiderato consorte. Durante la fuga di questo incapace governante in cerca di protezione a Venezia, l’avventura dei nostri avrà ufficialmente inizio: salperanno in direzione dell’isola di Candia per recuperare un’antica Bibbia, particolarmente cara al Doge. Tra rocambolesche vicissitudini, riusciranno a far ritorno beffandosi del duca e del Doge stesso.

La minuziosa ricostruzione storica non appesantisce minimamente lo svolgersi della storia, anzi le fa da cornice in maniera ineccepibile. I personaggi sono delineati con attenzione e cura e se ne può facilmente intuire lo spessore: Romano, ad esempio, presentato come ex mercenario e baro, si rivela un uomo di principi, anche inaspettatamente gentile, e avanzando nelle pagine ci accorgiamo del suo codice morale. Il duca, abbandonando il suo popolo e la sua consorte senza riguardo alcuno, viene mostrato in tutto il suo infantilismo e nella sua dubbia moralità. La contessa, al contrario, non si scoraggia, sa godere del presente senza angosciarsi eccessivamente per il futuro, con l’intima consapevolezza nelle proprie capacità. La forza di Anna Isabella fa da contrappunto alla debolezza del marito, una dinamica molto ben delineata e riuscita. Bonifacio, nel corso dell’azione, si rivela pieno di inaspettate risorse e Orfeo inaspettatamente capace di un amore appassionato e cortese.

Resta la curiosità per la figura di Lavinia, di cui l’autore ci racconta quel poco che basta per alimentare la nostra curiosità e farci sperare, in futuro di ritrovarla ancora.

Leggere Lolita a Teheran

Se essere Donna è complicato in quasi tutto il mondo, esserlo in un Paese ossessionato dalla religione lo è ancora di più. Si può disquisire sul ruolo femminile nelle diverse culture del mondo per mesi e anni, ma parlare della donna nell’Islam radicale è un compito assai arduo, che sconfina dalle mie competenze, e non è affatto lo scopo di questo libro.

Questo libro è un viaggio nel ventennio che va dall’alba della Rivoluzione che portò alla nascita della “Repubblica” Islamica al termine della guerra fratricida tra Iraq e Iran. Sullo sfondo, con abili tratti, l’autrice illustra l’assurdità dell’estremismo e dell’ eccidio e lo fa dal suo punto di vista di donna iraniana, costretta a vedere giorno dopo giorno le sue libertà cancellate; aggrappandosi ai suoi amati classici per non soccombere del tutto.

La follia umana si contende il ruolo da protagonista di queste pagine, testimonianza di una Storia troppo spesso dimenticata e per questo sempre destinata a ripetersi; insieme all’immensa passione per la cultura di chi fa di tutto per conservarla e diffonderla. Azar Nafisi in mezzo all’orrore riesce a mantenere il suo punto fermo, senza lasciarsi travolgere, e ci fa dono di questo che a torto possiamo chiamare soltanto “romanzo”.


Le ragazze della professoressa, così diverse tra loro, nel susseguirsi degli incontri con lei non apprendono soltanto nozioni di letteratura ma anche a capire meglio loro stesse e la realtà in cui vivono. Ognuna farà le sue scelte ma ciascuna portando con sé il tesoro di quanto imparato. La stessa insegnante, rileggendo quei testi tanto amati in un contesto così lesivo della dignità umana, li comprende in un modo nuovo, diverso.

Leggere Lolita a Teheran è una preziosa testimonianza di come così facilmente un’ ideologia può degenerare in tragedia, in nome di chissà quale presunta superiorità o di chissà che “dio”, ma è soprattutto un canto d’amore per i libri e per la loro capacità di elevare l’animo umano, in qualsiasi situazione e in qualunque parte del mondo.

Una stanza piena di gente

Portai a casa questo libro con la consapevolezza di aver fatto un’ acquisto di cui sarei stata soddisfatta al 100% e infatti non mi sbagliavo.

La storia in cui si viene catapultati senza scampo fin dalle prime battute è l’autobiografia di Billy Milligan, il primo caso americano di personalità multipla sottoposto a processo per rapina, violenza e omicidio. Entrare nella sua mente è entrare in una stanza piena di gente, perché lì convivono trenta personalità, di cui, una decina, sono le predominanti. Il vero Billy è stato “messo a dormire” in seguito ad trauma che ne ha frantumato la psiche e di cui non avrebbe potuto reggere il dolore.

Questo libro è spiazzante, è un allucinante viaggio all’interno dell’inconscio umano e ci fa rendere conto di quanto, in fondo, sappiamo veramente poco dei meccanismi della nostra mente. Solleva molti interrogativi, primo fra tutti quello sull’infermità mentale: sulla capacità d’intendere e di volere nel momento in cui un atto criminoso viene commesso.

Billy non sa cosa fanno i suoi altri sé e soltanto con l’aiuto di medici che prendono a cuore il suo caso, riesce a riunificare le varie parti in una personalità integra, che si autoproclama Il Maestro. Grazie a lui, possiamo penetrare nel fitto labirinto mentale di quello che, alla fine dei conti, era rimasto un bambino fermo all’età di nove anni, quando gli fu brutalmente inflitta la violenza; scopriamo la sua vita, la sua tragedia e la sua fragilità.

Una stanza piena di gente è una di quelle letture che rimarrà per sempre impressa nella mente, assolutamente indimenticabile.

Il racconto dell’ancella

Se basassi la mia recensione sulle emozioni suscitate da questo libro, non oserei pubblicarla. Questa è una storia che va decantata ,per renderle il giusto tributo che merita. Tuttavia, non posso rimanere zitta e non esprimere il più correttamente che posso il mio pensiero, perché è passato un anno e lo sdegno è ancora intatto, come lo è la rabbia.

Nella distopia di Margaret Atwood ci si spinge oltre il limite dell’immaginabile e del tollerabile. Leggere le sue parole è come ricevere un pugno in faccia. Lo so che si potrà pensare che siamo (fortunatamente) ben lontani anche solo da ipotizzare uno scenario simile, dove la maggior parte degli uomini è ormai sterile e le poche donne fertili rimaste sono costrette a fare da “ancelle”, di fatto legalizzando lo stupro ; ma il solo fatto che qualcuno l’abbia concepito e usato come metafora nel portare avanti la causa femminile, deve far riflettere.

Io credo che abbia dato voce a quanto di più tetro si cela dietro certe maschere così perbene da credersi insospettabili; ma anche all’oscurità che traspare ogni giorno a ben guardare, dietro ogni “piccola” notizia o fatto che mirano a spingere un po’ più giù la dignità di una Donna. La Donna fa paura ,per il suo Mistero e il suo Potere, che l’uomo non comprende e per questo cerca di esorcizzare, senza per altro riuscirci. Nonostante le limitazioni, le privazioni, le umiliazioni e le violenze, la Forza della Donna è intatta, e l’uomo-quello piccolo, infimo e minuscolo- lo sa benissimo. Non sarà una veste a coprire l’ essenza di una Donna, né un burka, né ci si riuscirà impedendole di vivere o segregandola e facendo di Lei una schiava.


Da questo libro è stata tratta una serie TV che, per una volta nella vita, mi sento di consigliare vivamente; per provare ancora più sdegno, per lasciarsi bruciare ancora di più dalla rabbia, e per incidere sempre più a fondo il messaggio che questa grande autrice vuole lanciare. Non è una visione per deboli, né di stomaco né di carattere. Come non lo è leggere questo Racconto. Ma ben vengano pagine come queste se serviranno a illuminare anche solo una coscienza.

L’Atlantide

Questo libro compariva nella bibliografia di uno a me molto caro. Ho provato a cercarlo, l’ho trovato e letto via via con sempre più entusiasmo.

Del mito di Atlantide si parla da sempre, ma Merezkovskij lo mostra in un’ottica differente, in un parallelismo tra antico e nuovo, tra “preistoria” e “storia”, come lui stesso afferma, tra l’umanità antidiluviana e quella “moderna”. Lo scritto è molto vecchio, a ridosso della seconda guerra mondiale, eppure tra le sue righe si trova tanto da potersi riferire all’epoca attuale perché l’uomo, in fondo, non impara mai.

La luce fu mostrata nelle tenebre, ma gli uomini amarono le tenebre più della luce; fu dato l’antidoto, ma gli uomini scelsero il veleno.

La fine di Atlantide è la fine dell’umanità, che dimenticò la Pace e scelse la Guerra: fine che è destinata a ripetersi, come ciclicamente accadde , nel corso delle ere ( stessa conclusione di Graham Hancock, ne “Il ritorno degli Dei”).

Tuttavia, questo prezioso testo illustra anche i collegamenti e le straordinarie similitudini, se non vere e proprie somiglianze, tra i più distanti popoli del mondo, (ricordando, se non fosse per il lirismo, i vecchi scritti di Peter Kolosimo):

La piccola stirpe dei Baschi, chiusa nei Pirenei, parla una lingua che non somiglia a nessun’altra lingua d’Europa, d’Africa e d’Asia, ma che somiglia assai alle lingue delle razze sudamericane

e ancora:

La parola greca “phoinix“,”fenicio“, significa “rosso“, “pellerossa“. Così i Greci omerici chiamavano gli emigranti dell’isola di Creta dove abitavano i Pelasgi,[…] “uomini delle Stirpi Marine“, affini ai Libici nell’ Africa settentrionale, ai Liguri in Italia, agli Iberi in Spagna[…]. Tutte queste, a giudicare dalle pitture murali egizie e della Creta di Minosse, sono “pellirosse“, imberbi, come i Toltechi e gli Aztechi del Messico precolombiano.

sostenendo la tesi di Atlantide come trait d’union tra l’Europa e l’ America .

In effetti, circa 20.000 anni fa, proprio sulle coste europee dell’ Atlantico comparvero “improvvisamente e chissà donde ” i Cro-Magnon: fisicamente e spiritualmente superiori ; organizzatisi in una serie di colonie lungo tutta la via mediterraneo/atlantica e presentando “un legame molteplice- nella lingua, nella foggia di vestire, nel cranio , nel colore della pelle, nella religione – “da un lato con le razze dell’ America e dall’altro con i Guanci (delle Canarie) ,come se fosse crollato un ponte continentale attraverso l’Atlantico.

Di “carne al fuoco” Merežkovskij ne ha messa tanta (d’altronde lo spessore del libro è notevole): partendo dalla diatriba storia/mito, è passato per Enoch e Gesù, ha raccontato il Diluvio e collegato l’Europa all’America, illustrando la “magia” e la caduta in rovina di un popolo elevato in ogni senso.

Sicuramente a questo autore Russo, uomo di fede e dalla visione non propriamente rosea della vita, va riconosciuto il merito di aver saputo raccontare -attraverso quello che i più considerano un mito- la tragica condizione umana destinata a perpetrare nell’errore e nell’orrore, apparentemente incapace di scegliere il Bene, ossia la Pace, ovvero “Dio”, perché

Come gli Atlanti, ci consideriamo savi nella follia, veggenti nella cecità, “beati” sull’orlo della rovina.

Effettivamente, guardandoci attorno, come potremmo dargli torto? Nei secoli dei secoli la sola costante dell’uomo è la guerra ed è veramente desolante osservare come siamo ciechi e stupidi a non capire l’inutilità di distruggerci a vicenda, oggi come allora, come sempre.